Andrea Caputo, curatore di All City Writers

Circola da qualche settimana la notizia della prossima presentazione del volume All City Writers, libro in gestazione da anni che sembra possa diventare un riferimento inevitabile per la bibliografia sul fenomeno dell'Aerosol Art in Europa. Chiamati volgarmente Graffiti, i disegni con le bombolette nascondono una storia di cui sono depositari pochi oltre agli autori: Andrea Caputo ha raccolto decine di interviste nelle capitali del writing e completato l'opera con un lavoro graficamente curatissimo e stupefacente per la ricerca iconografica. Finalmente il tutto arriva sugli scaffali di librerie e street shop.

Di seguito una piccola intervista con Andrea, che speriamo di sentire ancora il mese prossimo quando avremo finalmente in mano la nostra copia omaggio del libro, disponibile sia in versione italiana che inglese.

Credi che il tuo volume si possa considerare la musealizzazione di un genere ormai passé rispetto alla street art?

Penso che il Writing sfugga all'etichetta di un movimento appartenente al passato. Sono passati oramai 40 anni dalle prime tag ma a giudicare dai fatturati dell'industria-spray, dagli e-commerce dedicati e dalla frequenza di pubblicazioni sull'argomento, credo che il coinvolgimento delle nuove generazioni sia notevole. Forse, considerando la quantità di tag in città, i media e gli stessi cittadini si sono semplicemente “abituati” al disturbo di questi segni da non farne più una notizia degna di nota. La “Street Art” degli ultimi anni fa breccia perché da un lato ha riscoperto il valore di codici estetici dimenticati (lo stencil, ad esempio), dall'altro ha instaurato un rapporto diverso con chi osserva, fondato sulla comunicazione e l'abitudine a lasciare un messaggio, sociale o politico che sia. Il fenomeno Writing è fondamentalmente autoreferenziale, dialoga con sé stesso e raramente coinvolge chi non ne fa parte.

Riesci a darci un aggettivo che caratterizzi lo stile e l'atmosfera di qualcuna delle città di cui si parla nel libro?

In All City Writers alcuni capitoli sono direttamente legati a specifiche città ritratte durante gli anni 90: Milano, Roma o Bologna, per citarne alcune. Credo che ogni realtà fosse parte di una scena peculiare, distante da quella di centri limitrofi più per mentalità che per kilometraggio. Milano fu segnata dalla matrice dei quartieri e delle crew che spesso “presidiavano” le hall of fame della propria area. In questo senso, il concetto di “proprietà” dei muri era molto forte, generando una scena profondamente diversa, ad esempio, da quella romana; nella capitale l'ossessione per i vagoni della metro spostò l'attenzione su altri target, influenzando l'attitudine delle crew locali.

Il comune denominatore di questi centri italiani era comunque l'autenticità. Da Milano a Brindisi, passando per Treviso, Genova e per ogni altra scena attiva negli anni 90, lo spirito delle crew prescindeva da ogni trend passeggero. Vega, di Pesaro, ha scritto uno dei testi più significativi, fedele a quegli anni. Vale la pena citarlo.

“E' curioso come a distanza di quindici anni continui a considerare le persone che in quegli anni dipingevano a Pesaro esattamente con lo stesso metro con il quale li consideravo quando eravamo dei writer. Non sono un romantico né uno che non si è adattato alla vita del dopo, ma la mia esperienza da vandalo è stata la sola cosa vera che ho fatto in questa società. Ed è per questo che i graffiti sono stati così importanti. (…) I graffiti in mezz'ora ti dicevano chi eri: dove dipingi? cosa dipingi? come dipingi? Quanto rischio ci prendiamo stasera? L'illegalità ti mette alla prova. Si riparte da zero senza diritti acquisiti, senza conto in banca del babbo o titoli di studio. E' un mondo completamente nuovo nel quale vali solo per quello che sei e che fai. E così è stato per noi e per i graffiti. La nostra è una società che ha dimenticato che siamo animali: affoghiamo nel marxismo, nel mito dell' uguaglianza e della multiculturalità. Noi con lo spray segnavamo un muro come un leone segna il suo territorio. Mi capite? Non è proprio quello che l'Assessore all'Integrazione e alla "Mondialità" vorrebbe sentirsi dire. Ma era vero. Noi eravamo veri. Continuo a considerare le persone con lo stesso metro con cui le valutavo quando facevamo i graffiti: quello con il talento ma debole, quello bravo e fortunato, la nullità, quello che tra tre settimane smette e si compera il basso elettrico, il vigliacco. (...) Con i graffiti ho visto il lato "vero" di molte persone, ho visto che cosa c'è dietro la narcosi delle nostre giacche e cravatte, oltre le convenzioni di questa società dove non si nega niente a nessuno. Io sono stato fortunato, ho dato una sbirciata oltre al muro e adesso conosco la verità. So che cosa conta davvero nella vita: due braccia forti, la lealtà verso i compagni, le palle sempre e comunque.”

Chi credi siano gli autori da rivalutare, quelli che non hanno avuto esposizione e quelli invece sovraesposti?

Bisognerebbe inquadrare un periodo ed una realtà specifica. Il Writing è storicamente legato all'esposizione dei media, che mettono sotto i riflettori alcuni autori rispetto altri. Basta ricordare la gloria per chi, negli anni 80, venne coinvolto dal libro Subway Art, focalizzato sulla scena newyorchese dei primi anni 80: autori antecedenti a quelli pubblicati, ad esempio Coco 144, Cay 161, Snake 1, Phase II, Riff caddero nel dimenticatoio per anni.

Con riferimento all'Italia negli anni 90, credo che sia passata in secondo piano la scena-treni del Veneto, incredibilmente forte e capillare per oltre un decennio. Ci sono poi writer italiani mai emersi, forse per poca produttività o perché appartenenti a realtà periferiche – mi viene in mente Dizney di Pescara. Dafne, a Genova, ruppe per prima alcune regole compositive e segnò stilisticamente uno step successivo, ma purtroppo non venne considerata all'estero.

In Europa l'attenzione ricadeva su chi era capace di dipingere elementi e scenari figurativi, oltre che lettere. Senza nulla togliere ai vari Mode e Loomit, credo che solo alcuni si accorsero dell'avanguardia stilistica ad Helsinki (Poe, Egs, Spy), Stoccolma (Nug, Aman, Ribe) e dell'importanza di crew quali PME a Bordeaux, tra i primi ad associare font e caratteri tipografici all'estetica-Graffiti.

Credi al sincretismo street/aerosol/grafica o pensi che il wild style sia una cosa a sé?

Credo che il Wild Style, ancor prima di uno stile, sia un modo di vivere e comportarsi: unico, estraneo alla massa, e difficile da sintetizzare. Il Wild Style inteso da Phase e Vulcan a Milano ha influenzato un'intera generazione, tenendo vivo un approccio al Writing autentico, tagliente. Se è vero che l'attitudine di una crew si riconosce dallo stile, alcuni lavori dei PWD, CKC di Milano la dicono lunga sul loro approccio alla vita di strada.

E' mai esistito un wild style in europa, se sì quale?

Spesso ci si dimentica di quanto scritto sopra, ed allora il Wild Style resta un'etichetta da applicare a Nomi dalle composizioni contorte. Con questa premessa, il Wild Style europeo è esistito ed esiste tutt'ora. Alcuni esempi riguardavano Heidelberg, in Germania, nei primi anni 90. Legs, a Parigi, ha inteso questa estetica basandosi su elementi rotondeggianti, senza angoli. A Berlino, partendo da Odem, Amok e la crew SOS il Wild Style divenne un paradigma degli stili locali. Tra questi esempi europei, emerge anche la crews TWS di Basilea - Dare e Drea su tutti.

Perchè comperare il tuo libro?

Perché accoglie l'impegno di molti “scrittori” che per la prima volta raccontano sé stessi e la città : dai depositi ferroviari, alle aree infrastrutturali, fino ad ogni altro interstizio urbano che i comuni cittadini tendono a dimenticare.

Quali altri libri avere in biblioteca sull'argomento?

Classici: Subway Art (H. Chalfant, M. Cooper / Thames & Hudson) Gettin' Up (C. Castleman / MIT press). Approfondimenti: Style Writing from the Underground (D. Schmdlapp, Phase II / Stampa Alternativa), Fuzz One (V. Fedorchak / Testify books). In linea di massima ogni pubblicazione di Dokument Forlag e Testify Books.

Passaci un quote in anteprima, quello che salveresti se il tuo libro fosse stato un Twit di 140 caratteri (anche 500 ok dai non esageriamo)

All City Writers è un progetto di ricerca che ha preso forma negli ultimi cinque anni attraverso le testimonianze dei principali esponenti, ripercorrendo trent’anni di storia del movimento a partire dalle sue origini nel Bronx degli anni 70, fino all’esplosione del fenomeno in Europa durante l’ultimo ventennio. Con questo intento, il volume raccoglie un vasto numero di testimonianze scritte dai protagonisti della scena internazionale: oltre 600 articoli, accompagnati da immagini e illustrazioni, costituiscono nel loro insieme un volume imponente, specchio di un’intera generazione.

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