Modo-di-Comunicazione-Asiatico

massimo canevacci, cina e comunicazione

I Diari di Nanchino, 6° puntata.

Il testo che leggerete è lungo, articolato, sorprendente . Sono questi i tre aggettivi che mi vengono in mente per introdurre queste pagine che ho letto più di una volta.

Scoprirete Souzhou, una città di canali che somiglia a Venezia, i cui abitanti paradossalmente vengono accostai ai napoletani con le sue infinite bancarelle, i marchi falsi più veri degli originali, le ragazze in abiti tradizionali e molto altro. Ma sopratutto vi verrà offerta un'analisi sulla attuale società cinese che rileva un dato fondamentale: se la Cina è un esempio tipico di società idraulica, dove il potere degli imperatori si fondava sulla capacità di manutenere dighe e canali, adesso il controllo si è spostato sulle reti digitali. Come dimostrano i canali di Souzhou...

Buona lettura.

Modo-di-Comunicazione-Asiatico

a) Premessa

Souzhou è una delle tante città paragonate a Venezia. Sta nell’area fluviale tra Nanjing e Shanghai, dove la Cina ha cominciato a diventare la potenza unificata come Stato proprio grazie ai canali qualche secolo prima di Cristo. Il sistema di irrigazione e di canalizzazione di questa regione arriva fino a Beijing che già Marx (e poi Weber) analizzò nel suo specifico differente modo di produzione. Il concetto di “modo di produzione asiatico” si basa sul controllo politico centralizzato e burocratico del sistema idrico e sulle corveé di massa, disegnando una geografia politica reticolare di fiumi e canali con un tipo di economia diversa da quella capitalista (il “dispotismo asiatico”). Il relativo nesso stato/rivoluzione favorirà un acceso dibattito politico ancora negli anni ’60 in quella che fu la sinistra nuova. Qualche anno prima, Wittfogel (che negli anni ‘30 fu uno degli studiosi più acuti della Scuola di Francoforte, schierato nella sinistra radicale e che poi, deluso dal patto Molotov/Ribbentrop, iniziò una sua “conversione revisionista”) aveva ripreso le analisi di Marx e di Weber scrivendo un’opera monumentale sullo stato dispotico in Cina sempre in connessione alla centralità idraulica. Peccato che non “vide” la critica ben più radicale che Mao aveva diretto proprio a Stalin, staccandosi da quella politica ultracentrailista e terzinternazionalista che ordinò l’alleanza suicida dei comunisti cinesi col Kuomintang. Nella sua celebre inchiesta, Mao individuava nei contadini poveri il soggetto rivoluzionario attraverso cui si poteva “saltare” direttamente verso uno stato socialista senza passare per la fase borghese, realizzando una delle più grandi rivoluzioni del ‘900, di cui proprio in questi giorni ricorre il 60.o anniversario. E questo numero 60 ha in Cina un valore simbolico paragonabile in Europa col centenario. Per questo ci sono dieci giorni di festa, cosa senza precedenti, con i quali posso arrivare in vacanza tra i canali di Souzhou, appunto. Insomma questa divagazione introduttiva – apparentemente un po’ retrò e forse noiosa - mi permette di penetrare in uno scenario mutante dove quello che era il controllo burocratico-dispotico dell’irrigazione è diventato luogo di turismo. Mi pare di capire (con esplicita massima cautela) che il sistema statuale attuale mantenga un controllo politico (partitico) territoriale ultra-centralizzato, de-centralizzandosi nello stesso tempo in una libertà-liberista economica estrema, controllando e censurando le libertà individuali connettive della comunicazione digitale immateriale. Uno stato ibrido, quindi, i cui canali idraulici sono diventati parco tematico e i cui i canali digitali sono controllati burocraticamente. La rete idraulica non è più il centro del controllo politico: lo è diventato la rete digitale le cui costanti aperture dal basso sono sempre più difficilmente censurabili dispoticamente. Forse questa contraddizione - tra una centralizzazione statuale-politica e un decentramento economico-culturale - è l’originale versione cinese di quelle che si chiamano culture ibride o sincretismi culturali; in mezzo – tra stato e quotidianità – si è insinuata la comunicazione digitale che rende tutto imprevedibile e ingestibile. E ancora una volta emerge la natura ubiqua material-immateriale della comunicazione e dei social network (web 2.0). L’ingresso sempre più determinante della Cina nello scenario globale potrebbe rendere tale contraddizione sempre più stridente: la forbice tra Stato censore e comunicazione fluida potrebbe dilatarsi fino a svitare ogni possibile controllo. Insomma questo transitare dal controllo statuale delle acque a quello della rete sembra più difficile. Inoltre, le differenze qualitative delle soggettività che producono mutamento sono enormi: adesso (mi sembra di capire) sono minoranze-non-minoritarie di intellettuali, artisti, studenti, informatici ecc. Lo scenario politico comunicazionale potrebbe essere di questo tipo: l’auto-celebrazione dello stato sessantenne è capillare nei centri di potere, molto meno nella vita quotidiana urbana; si vedono pochissime bandiere rosse per strada e chi le porta ha scelto chiaramente di farlo, proprio perché sono poche e quindi non “ordinate”. Ci sono invece con chiaro successo fotografico molte aiuole con i fasti floreali del 60 multicolori e davvero belle, dove tanti si fermano a farsi fotografare sorridendo. Il manifesto dei dissidenti su internet uscito in questi giorni, che in parte è riuscito ad aggirare la censura, fa parte di tale conflitto politico-comunicazionale ed è (o dovrebbe essere) tanto più assurdo in quanto blocca le potenzialità creative delle economie immateriali, della formazione universitaria, della creatività individuale o del semplice “gioco” del surfare. Ne ho parlato a lezione di questo problema in quanto in una università di comunicazione dovrebbe essere ancora più stridente e il risultato è stato un silenzio degli studenti, certamente comprensibile quanto inquietante.

b) Pulcinella a Venezia

Per tornare al compito che mi sono proposto, tentare di narrare la superficialità del quotidiano, la metafora che mi è venuta subito dopo il mio arrivo è figlia di tale svitamento: l’immagine della bellezza disordinante di Souzhou incrocia una Venezia abitata da napoletani. Ecco, Venapoli-Souzhou (ma anche Hangzhou o Zouzhuang) mi fa venire la fantasia che questa parte della Cina è come se avesse le sue bellezze storiche fatte di canali e ponti e gondole “veneziani” vissuta da abitanti “napoletani”: tante persone caciarone, che vivono-mangiano-ridono per strada, che si mascherano tra vicoli e canali, panni stesi, profumi/odori di strada, con un traffico sia di persone che di automobili assolutamente caotico ma con un “ordine creativo” da tutti condiviso. Pulcinella veneziano: questa è Souzhou. E l’ idea di una Venezia cinese “gentrificata” da napoletani, cioè Souzhou, mi diverte nella sua scorrettezza palese, quasi fosse lo spunto per un film dislocato. Di notte, a differenza dall’ “originale”, palazzi, canali, ponti, monumenti, fontane si illuminano tutti: una serie lineare di luci circoscrive i lineamenti di ogni architettura proiettando una fantasmagoria acquatica molto scenografica (falsa/vera), sulla quale transitano battelli anch’essi illuminati carichi di turisti che flashiano in continuazione. Tutti camminano tra flussi di profumi, odori e puzze di ogni tipo, salgono, scendono, fotografano. I motorini sono extra-legge e hanno diritto alla circolazione in ogni direzione più dei pedoni: ce ne sono di ogni tipo, nulla di più falso del cinese uguale all’altro. Le differenze si vedono anche nei mezzi di trasporto e spesso mi sono divertito a osservare motorini, biciclette, moto, carri, risciò a pedali o a motore, macchine, insomma ogni mezzo nelle sue diversità “semiotiche”. È regolare vedere una famiglia sul motorino: padre che guida, madre che lo abbraccia da dietro, figlio tra le gambe del padre o in mezzo come un sandwich (tutti senza casco). Ma una volta ne ho visto 4! per i due figli, che qui sono rari per legge. I clacson suonano in continuazione anche e direi soprattutto quando non ce ne sarebbe bisogno (almeno per me): li tengono premuti più a lungo e meno a intermittenza, così per es. quando su una strada a 3 corsie l’autista del taxi che sta nella 3 vede da lontano nella prima corsia un motorino, comincia subito a suonare finchè non lo sorpassa nonostante non ci sia nessun altro mezzo e la seconda corsia sia tutta libera. Il perché è misterioso. Quando il traffico è intenso, tutti suonano a tutti forse solo per avvertire della propria presenza, non per inviare parolacce mascherate, no, solo che il risultato di tali suoni prolungati è nullo in quanto nessuno si sposta, tutti rimangono esattamente come stavano prima, con “calma asiatica”, per cui proprio per questa inutilità palese il clacson diventa ancor più prolungato e assordante. I motorini sono anche elettrici, ottima notizia perchè non inquinano. Ma hanno due problemi: sono silenziosi, per cui non li senti e te li vedi sfrecciare in continuazione da ogni parte; e di notte non usano i fari, proprio non li vedi né li senti. Il perché non lo so, mi sono domandato se per risparmiare l’elettricità a batteria, ma mi sembra strano (neanche le biciclette o le moto a benzina hanno le luci di posizione, per cui deve essere un problema diverso). Come detto, moto e bici hanno licenza onni-direzionale. Possono andare in ogni senso, di mano, contromano, senzamano, sul marciapiede, di trasverso persino negli incroci o tra le corsie. Niente. E per me romano dove i motorini non sono certo “educati” è il colmo. Mi stupiscono le mamme da sole col figlio in piedi davanti sul motorino, il visino curioso che guarda in giro contento, mentre la madre compie ogni infrazione immaginabile quanto (per me) pericolosissima. All’inizio gridavo in italiano all’autista del taxi “attento!” quando vedevo questo motorino-mamma-figlio, col risultato del tutto inutile; dopo mi sono abituato a queste mamme che girano secondo le regole dei pedoni col bambino in braccio al motorino. E’ come se auto e pedoni non esistano realmente, per questi motorini re e regine del traffico, forse come prima lo erano le bici, che ora sono usate di più da studenti o intellettuali, almeno in città. Ma nessuno protesta o grida o tantomeno litiga. Non ho mai visto una persona inveire contro un’altra nel traffico. Sarà che il suono prolungato del clacson risolva la tensione? E chi lo sa… Qualcosa di analogo avviene tra i pedoni per strada nelle aree pedonali e non, dove si percepisce una allegria generalizzata, si parla ad alta voce, sembra che nessuno faccia caso all’altro. Per cui quando ci si incrocia e ci si sbatte o semplicemente ci si struscia l’un l’altro, nessuno ci fa caso, a nessuno viene in mente di chiedere scusa o voltarsi per sorridere o insolentire. Si sa che il traffico umano è così, è troppo, forse perché i cinesi sono sempre tanti in ogni luogo, per cui non si perde tempo nelle buone maniere: scusa, immagina, niente, grazie, prego… Mi ricordo la differenza con la California, dove, quando due persone avvertono la reciproca presenza che si sta incrociando (“affrontando”) da direzioni opposte, già da 2-3 metri prima si cominciano a lanciare segnali corporei di buona educazione, il movimento del corpo rallenta, ci si mette lateralmente per schivare l’altro mentre gli occhi lanciano codici di avviso compiaciuto educato, tutti vogliono dare la precedenza all’altro se il passaggio è stretto: l’importante è il non sfiorarsi. E se per caso fortuito o imprevedibile qualche lembo della giacca sfiora la mano dell’altro, sorry arriva spesso raddoppiato accompagnato da una espressione mortificata nel viso. Bene: tutto questo è inesistente a Shanghai e nella Cina da me frequentata finora. Mi sono convinto che non dipende tanto da una differente visione dell’educazione pubblica, bensì dal rapporto banale costo/benefici: essendo la quantità di persone che girano per strada enormemente superiore a qualsiasi altro luogo del mondo, scusarsi in continuazione sarebbe solo una perdita di tempo continua e noiosa, direi persino falsa, per cui il comportamento in pubblico - diciamo l’ethos-del-traffico - ha eliminato ogni etichetta e felicemente ci si sbatte, struscia, sorpassa, calpesta, tanto ogni fila è inesistente, senza problemi di scuse o incazzature inutili. In strada o dappertutto si è sempre in tanti, veramente in troppi, e in questo eccesso di quantità corporea in movimento si sopravvive solo avendo acquisito che è così, che questa è la strada fatta-di-corpi. Dove pubblico/privato sono così mescolati e transitivi che si vive e cammina come se si fosse soli nella folla o, meglio, senza folla. In un certo senso vi è una enorme pratica individualista che afferma la propria soggettività stradale ignorando quella idea di “folla” che sembrerebbe eliminare ogni differenza. In questo senso i pregiudizi stereotipi, odiosi sempre e ancora di più sui cinesi-massa collettiva, sono ancor più senza senso (o per giocare con la parola-chiave della Cina di oggi: fake, falsissimi): la folla qui è fatta da moltitudine di individui ognuno con le sue specificità che la quantità anziché annullare o omologare spinge ad affermarsi nella propria qualità separata ad ogni occasione di incontro. In conclusione, la folla, vera ossessione euro-americana iniziata da Poe e proseguita da Baudelaire fino a LoBon/Riesman, in Cina semplicemente non esiste…

c) nasolungo

Per le feste dei 60 è tutto esaurito e la enorme quantità di turisti, tutti cinesi, mi definisce ancora di più come diverso: tanti, direi quasi tutti, mi fissano, si voltano, sorridono, rimangono impassibili muovendo solo gli occhi, spesso chiedono di essere fotografati con me. Nessuno è indifferente e in ogni caso – anche volendo - non posso passare inosservato. Insomma si è anonimi e celebri nello stesso tempo. Altro che i 5’ di Warhol… È la prima volta che mi succede ed è bizzarro. Non c’è niente da fare. Sono unico. Unico strano “occidentale” (che parolaccia) in un mare di singole persone cinesi. Il sentirsi osservato all’inizio è simpatico, poi infastidisce un poco, alla fine vorresti avere anche tu gli occhi a mandorla. I più carini sono i bambini piccoli in braccio ai genitori che ti fissano prima durante e dopo l’incontro, voltandosi stupiti. E se sorridi loro, sembrano felici e divertiti e rispondono al sorriso. A volte sono i padri che li spingono a guardarmi e intuisco che dicono: “guarda, guarda là un nasolungo!” e i bambini si voltano a guardare la stranezza che sono io. Una mattina, un venditore ambulante mi vede e si mette a ridere ammiccando ai suoi vicini, poi mi fissa e si mette le punta delle dita sul naso per sfottermi. E io gli rispondo facendo “marameo” con il palmo della mano. Come si sa, gli “occidentali” vengono individuati proprio per il loro naso e pare che fin da Marco Polo i cinesi ci chiamano quelli dal naso lungo. È il contrappasso dell’antropologo visuale. Ho fotografato tutti e dappertutto, a volte con complessi di colpa, raramente con la deontologia come alibi, spesso con euforia: ed ora finalmente sono io l’oggetto “altro” da fotografare e conservare come esotico… Comunque, in genere questi incontri continui danno la sensazione di un reciproco piacere compiaciuto. Si sente (io sento) che lo straniero è ben accolto, mai sono stato truffato, anzi, tante volte ho avuto aiuti richiesti e non sempre precisi, con palesi sforzi di capire o di usare alcune parole di inglese. Questo è il punto. Qui non è possibile, cioè è veramente difficile andare in giro da soli se non si è ben organizzati. Si deve avere l’indirizzo dell’albergo scritto in cinese, altrimenti un taxista non capisce e ti lascia per strada. Nella mappa gli itinerari devono essere preparati. Meglio avere sempre il n. di telefono di un amico che parla cinese. Per pagare è più semplice perché ora tutti mostrano il prezzo sul cellulare. E il prezzo è sempre giusto. I tristi esempi nazionali di turisti asiatici spennati qui sono inimmaginabili. Un giorno stavo a Shanghai in una strada centrale piena di negozi con un attacco di diarrea e così scappo nel più vicino shopping. Trovare il bagno non è facile, che a volte anche le indicazioni sono imprecise o assenti ed è impossibile domandare “toilette”, che nessuno capisce. Finalmente arrivo sudando freddo al bagno, entro, ma non c’è carta igienica in quel momento ancor più fondamentale del solito; esco e vedo che c’è un a macchinetta che distribuisce pacchetti di carta. Non ho spiccioli, mi manca 1 yuan! Una donna delle pulizie capisce il mio disagio, mette un suo yuan nella macchinetta e mi dà la vitale carta igienica... Nessuno parla inglese per strada o sono tanto pochi da essere irrilevanti. Allora i gesti comunicano meglio come avviene a Napoli più che in qualsiasi parte del mondo. Quando domando una cosa, mostrando una carta o una mappa, le persone si fermano (a differenza dei giapponesi che si vergognano per una domanda in pubblico), tutti cercano di dare ogni aiuto possibile e se non ci riescono sono visibilmente dispiaciuti. Altro es.: avevo assoluto bisogno di scannerizzare una lettera da inviare in Brasile. Come si dice scanner in cinese? E chi lo sa… Cerco di imitare il passaggio del foglio che si raddoppia e tutti si illuminano pensando alla fotocopia. Allora mostro la pennetta per dire con il dito: il foglio deve andare nella pennetta, ma nessuno capisce, mi guardano meravigliati e penso che mi prendano veramente per uno strano straniero. Entro in uno shopping high tech. Comincio di nuovo a rappresentare mimicamente il mio problema. Niente. Non esistono scanner in Cina. Non ne vedo uno che sia uno. Tutti indicano solo la fotocopia. Uno dei più gentili è un giovane piccolo e magro dalla divisa rossa che vende pc grandi e belli made in China. Cerca di capire più degli altri parlando un po’ di inglese. Niente. Mi dice “I’m not”, volendo dire che non ha (che “non è”) questa macchina incomprensibile. Anche a lui mostro la pendrive: niente ed è proprio dispiaciuto. Continuo a girare negli altri stands e alla fine deluso mi dirigo verso l’uscita, quando …. un uomo alto ed elegante, dai modi seri e gentili, mi viene incontro e mi fa un cenno. Vicino a lui c’è il ragazzo dalla maglietta rossa che sorride. Quello serio mi mostra una macchina fotografica e indica il pc. Certo! Capisco al volo la soluzione: il ragazzo mi prende il foglio e lo fotografa usando la macchina che sta là per essere venduta; l’altro scarica la foto nel pc, poi prende la mia pennetta ed è fatta! Per ringraziarlo unisco le mani e mi inchino sorridente e lui fa cenno di no, no, no come per schernirsi, è stata cosa da nulla. Saluto entrambi, l’uomo serio gentile e il ragazzo magro con la maglietta rossa, con fraternità umana solidale.

d) pure shoes go crazy

Anche di notte i negozi di cellulari - modernissimi con prodotti differentissimi collocati come gioielli dietro teche trasparenti - sono aperti e strapieni con impiegati attenti mentre sciamano le persone, specie giovanissime, che scelgono, testano, si informano, provano, indossano come fosse un capo di vestiario e soprattutto comprano. Vicino a un ponte su un canale molto bello, un giovane dall’aria ben educata tipo studente di antropologia e design mette un tappeto per terra e sopra tante scarpe “cinesi”: voglio dire che sono le scarpe classiche che da noi si individuano come appunto cinesi (“cineserie”): basse, di raso, multicolori, con disegni di draghi e fiori, dalle suole sottili. Insomma, “ pure shoes go crazy”. In un attimo si fermano decine di ragazze sui 15-20 anni, si tolgono le false/vere Nike o Adidas e si misurano felici le loro babbucce saltellando su un piede solo sopra il tappeto magico. Sarà che le giovani cinesi hanno riscoperto le loro scarpe “cinesi”? Mi immagino che quel giovane le ha importate dall’Italia, magari proprio da Napoli, fatte a mano da cinesi residenti a Gomorra dove hanno riscoperto lo stile cinese. O inventato la tradizione, come purtroppo si suol dire …. Souzhou è proprio spettacolare: anche noi. andiamo in giro su una barca di legno traforato per i canali, da dove si osserva la vita quotidiana di chi continua a vivere sui bordi popolari dei canali. Donne che lavano i vestiti o persino il mangiare su quell’acqua dubbia, persone che riposano, lavorano, chiacchierano, tutti che fumano, cortili piccoli, finestre che si affacciano indifferenti, porte di legno semifracico, mondezza dappertutto, bambini che corrono, chi mangia e ci vede e saluta. Su una “calle”, alcune ragazze travestite da cinesi classiche, coi vestiti colorati, si fanno fotografare come per giornali di moda, mentre i ragazzi del set aprono ombrelli argentei per riflettere la luce, scattare foto, aggiustare i vestiti o i capelli. Più in là su uno spiazzo c’è un palco dove un uomo e una donna, truccati e sempre in abiti classici, cantano pezzi di opera e la gente si ferma, ride, fotografa, applaude. Al prossimo ponte, si affittano vestiti “cinesi” per farsi fotografare da amici o innamorati in stile tradizionale. I ponti sono ad angolo ottuso, proprio come a Venezia, per far passare sotto le barche (nella prima foto si vede una “gondola”). Spesso ogni pietra del ponte per terra ha una forma diversa dalle altre. Niente è uniforme in tale contesto. Anche e soprattutto le marche: le magliette sono strapiene di sigle e stravincono gli Usa… eppure l’italietta disastrata arriva buona seconda. Se le scritte in inglese sono 100, quelle italiane sul 4-5%. Le altre inesistenti. Armani diventa di volta in volta Arnani, Arnami, Anami, Armanigiovantù; Robe di Kappa (di cui ho visto in tv una bellissima sfilata in Cina, con modelle e modelli che alternavano passi di danza con pezzi tai chi o kung fu dai risultati coreografici “originali e ibridi”) stravince e così si vedono Kappa dappertutto ridisegnate e sempre mutanti per la gioia delle case madri. E via di seguito, con D&G dalle variazione inesauribili, mentre le scarpe tipo Nike sono più vere delle vere, in quanto fatte qua e rivendute in ogni modo e in ogni luogo del mondo.

e) Angelus Senex

I semafori sono molto più avanzati che in Italia e forse Europa. Il giallo è stato eliminato quasi del tutto. Il rosso è diventato giallo fu un bel disco di Ivan della Mea morto purtroppo quest’anno, in cui cantava la mutazione in cinese (giallo) del processo rivoluzionario (rosso). In realtà qui di giallo non c’è proprio niente. Credo che l’espressione tassonomica super-coloniale di “muso giallo” sia stata e in parte ancora è un orientalismo cromatico e cromosomico tra i più inventati e razzializzati che si possa immaginare. Inventato come inesistente e non come tanta “scienza sociale” attuale che inflaziona questo termine quasi che nel mondo esistano solo cose inventate. Con molta circospezione, si può dire che le variazioni cromatiche della pelle variano come quelle italiane o spagnole o meglio di qualsiasi paese transculturale. “Muso” , poi, animalizza l’altro, trasforma il viso umano in bestia. In genere, il colore dell’incarnato dei ragazzi urbani è avorio. Le ragazze si difendono dall’abbronzatura con ombrellini da sole (e ricordo che l’ombrello è stato inventato in Cina!) colorati e merlettati. Anche nella pubblicità, il viso della bellezza è chiaro e luminoso. Persone di palese origine contadina, che fanno lavori nei giardini ad es., hanno la pelle più scura come qualsiasi persona che lavori manualmente all’aria aperta. Tornando al giallo dei semafori, qui ogni incrocio ha un grande display dove compaiono i secondi a disposizione del verde o del rosso. Se inizia il verde, compaiono tipo 45’’ e quando si arriva a due, uno, zero spesso non c’è più il giallo, diventato inutile, e si passa direttamente al rosso. Ormai solo qualche semaforo pulsa 3’’ di giallo. Insomma il display offre informazioni maggiori che in altri paesi senza ambiguità possibili. Così non ci sono né musi né semafori gialli. Questa tecnologia digitale applicata sempre più al traffico e alla vita quotidiana non elimina le infrazioni, al contrario, o forse le “infrazioni” non esistono in un modo preciso. Così pochi rispettano il rosso e persino il senso unico, dove è sufficiente suonare in continuazione per avvertire gli altri, che si scansano e lasciano gentilmente passare l’infiltrato. Le strisce bianche, poi, non hanno alcun valore e non segnalano alcuna precedenza o salvezza per un pedone, peggio che a Roma; in genere si crea un gruppo spontaneo, cui mi aggrego, e insieme si passa. Altro es.: esco dal mio albergo di Souzhou che piove leggermente; su un angolo della strada, al limite del marciapiede (cosa normalissima), un braciere collocato su un cavalletto cuoce spiedini ed è gestito da un paio di uomini con intorno clienti che chiacchierano. Arriva un motorino guidato da una donna con un figlio sui 4 anni; a causa dell’asfalto bagnato o per distrazione, lei non riesce a frenare in tempo. Il motorino sbatte contro il braciere che si rovescia alzando una nube di fumo. Il bambino rotola per terra e si rialza subito, mentre lei rimane incastrata sotto. Intorno fumo, braci, ceneri, pezzi di carne, pesci, frutta. Tutti rimangono per alcuni lunghissimi secondi fermi , come stupiti per quanto accaduto, in silenzio ed immobili. Il silenzio mi colpisce più di ogni altra cosa, mi immagino le grida e imprecazioni in Italia o in altri paesi. Poi qualcuno aiuta la donna a uscire da sotto il motorino e rimettersi in piedi, sempre in silenzio. Lei sta bene, non le è successo niente. Il figlio la guarda in silenzio a distanza di 2-3 metri, anche lui fermo e zitto. Infine , gli stessi uomini rimettono su anche il motorino, sempre silenziosi, mentre lasciano per terra il braciere. Strano, penso. La scena rimane ferma e un po’ irreale per questo eccesso di silenzio che continua assordante con tutto il fumo intorno. Dopo qualche altro lunghissimo secondo gli uomini proprietari del braciere cominciano tutti insieme a protestare, con veemenza ma senza gridare mostrando le cose sparpagliate per terra. Lei ribatte decisa. Loro incalzano. Lei risponde. Il bambino guarda tutti muovendo il capo di qua e di là. Forse credo di capire il senso della dinamica ben teatrale quanto astuta: lasciando tutto per terra e aiutando donna e motorino a rialzarsi, gli uomini hanno voluto testimoniare il loro danno subito per essere rimborsati. Lei immagino si difenda sostenendo che loro invadono la strada per cui la colpa non è sua. La scena continua un po’ finchè uomini si decidono a tirar su anche le loro cose. A questo punto vado via, tanto il finale non lo potrò capire e lo potrò immaginare come il resto delle cose narrate. Tornando di nuovo al giallo, questo colore è stato eliminato non solo dai semafori e dai “musi”, ma anche dalla rivoluzione in senso politico-culturale. Il tecno-digitale irrompe negli spazi pubblici/privati metropolitani come un coltello incandescente dentro una enorme mozzarella di bufala. Tutto si apre e si sfilaccia, si incolla e si scioglie, come nel bel film di Jia Zhang Ke – Still Life – che ha vinto a Venezia nel 2007 e che mostra una Cina disgregata, dove tutto si sbriciola di fronte a qualcosa di mai visto prima che avanza: le fabbriche arrugginite si smontano, le dighe sommergono paesi, le case si abbattono, i palazzi saltano in aria e, tra gli interstizi di tale sfilacciata disgregazione, un uomo e una donna cercano un passato affettivo perduto. Forse c’è un eccesso di moralismo nostalgico in tale film, forse la “natura” non è tutta morta, forse aspettava da tempo queste mutazioni avventurose e accelerate. Disgregato mi pare la parola più significativa. Andando dalla Cucn a Nanjing centro, prendendo il treno o visitando diverse città, quello che impressiona la vista più di ogni altra cosa è questo torrente che sta passando sopra intere zone di città o di campagna, sbriciola interi quartieri vecchi, lasciando masse di detriti come mondezza dentro aree estese in attesa di prelievo. Improvvisamente crescono enormi piloni isolati da cui pendono cavi e fili-di-ferro e spezzoni di cemento, in altra attesa di unificazione con ponti o per le nuova ferrovia superveloce Shanghai-Beijing. Lì sopra, muovendosi su isole di cemento sopraelevato anche di domenica, gli operai come naufraghi lavorano a costruire o a demolire tutto: interi edifici-quartiere appaiono tra ponti - innocenti fatti di canne di bambù, e mi domando come facciano a lavorare su questi legni flessibili su cui saltellano come equilibristi o da cui pendono zattere sempre di legno che salgono e scendono come ascensori sbagliati per lavorare dall’esterno con discutibile (assenza di) sicurezza. Sotto le fila di tutti questi palazzi in costruzione si vedono piccole case basse e prefabbricate, con panni stesi, fumo che esce dai camini, uomini che riposano o si muovono: sono le case-dormitori degli operai edili, che vivono di lato ai nuovi quartieri nascenti; immagino che siano persone non originarie di Nanjing o Souzhou ma che vengano dall’interno, per cui non hanno un familiare vicino e allora vivono dove lavorano. In alto le nuove case, in basso le loro casupole. In generale, l’impressione visiva è di assistere a un film imbizzarrito, i cui fotogrammi mostrano sequenze simultanee oscillanti tra forward e rewind, una sincronia mossa su come era il paesaggio prima e come lo sarà domani. Un frammento mostra un pilone pieno di cavi già arrugginiti, spezzoni di cemento armato perduti, naufraghi che stanno su questi “denti cariati” per disinfettarli, trapanarli, ripulirli e congiungerli lungo una dentiera infinita che tra poco serrerà le fauci su intere zone. Il disgregato è scatenato da un torrente improvviso che frantumerà tradizioni antichissime o le farà coesistere con i nuovi denti pixellati dei segnali tecnologici. E’ impressionante la presenza del lavoro umano manuale, di lavoratori che non si fermano mai a cottimo illimitato, neanche nei 10 giorni festivi del sessantennio rivoluzionario. Cosa possa significare tutto questo disgregare aggregante non lo posso certo immaginare nè prevedere io. Ma l’impressione è una forza gigantesca che trascina e non si volta a guardare le macerie che lascia dietro. Angelus Senex…

Massimo Canevacci

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