Mediastorm: quando la storia e la cronaca diventano arte

È possibile fondere in una sola idea il giornalismo, la narrativa e l’arte? È quello che cerca di fare (e a mio avviso ci riesce alla grande) Mediastorm, un progetto che innanzitutto pone lo spettatore di fronte a una nuova arte o, meglio, a un nuovo modo di concepire l'arte. Mediastorm, nato nel 1994, applica tutte le potenzialità della multimedialità (animazione, musica, video, come spesso si vede fare) alla fotografia, a reportage realmente pubblicati su alcune delle più famose testate giornalistiche americane, ed è questa la vera novità.

Il punto di partenza è un solitamente un reportage fotografico, che attraverso il montaggio, l’uso sapiente dell’audio e tanta poesia diventa un racconto, una storia che spesso lascia il segno. Una sorta di Saviano delle arti figurative. Alcuni esempi: “1976”, realizzato da RJD2 e leftchannel, che racconta con un’animazione straordinaria in poco più di 2 minuti la vita di Cuba – i suoi luoghi, i suoi colori, l’arte nascosta nei gesti di tutti i giorni (vedi il video qui sopra).

Oppure il celebre Marlboro Marine, il reportage realizzato dal fotogiornalista Luis Sinco per il Los Angeles Times, che documenta l’assalto di Fallouja avvenuto nel 2004 e il difficile tentativo da parte del militare Miller di ritornare alla vita di tutti i giorni al suo ritorno dall’Iraq (lo potete vedere qui). Ma i loro orizzonti sono molto vasti: si veda ad esempio qui l’animazione cinica, naif, dolce e catartica allo stesso tempo che Laith Bahrani ha fatto di Creep dei Radiohead. Un nuovo modo di intendere l'arte, che arriva a toccare la vita più da vicino.

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