Biofoto

i diari di nanchino di massimo canevacci

I Diari di Nanchino di Massimo Canevacci, 6° puntata.

Una puntata dedicata a tutti coloro che guardando la loro immagine in passaporti, carte d'identità, patenti senza mai riuscire a riconoscersi.

Ma non vado oltre. La storia di Biofoto merita di essere scoperta da sola, anche perchè sarà Lei in prima persona a raccontarvela...

Biofoto

Salve.
Sono Biofoto e voglio raccontare la mia storia da quando sono nata. E anche qualche minuto prima. È una storia molto singolare e divertente. Direi persino avventurosa e carica di suspense che non può non essere conosciuta. Il mio Visus mi ha raccontato, poco dopo che mi sono “sviluppata”, quello che accadde poco prima del fatto che ha causato la mia non prevista quanto infelice nascita.

Questa, dunque, è una mia rielaborazione degli antecedenti sulla base di precise documenti, interviste, dati ormai archiviati. Nulla è lasciato al caso o all’improvvisazione. È tutto registrato. Visus sostiene sulla base di fatti empirici certi, devo dire, che aveva urgenza di avere il visto di soggiorno definitivo in Cina, dopo quello iniziale avuto a Roma (è un prof). Bisognava portare tanti documenti alla polizia. Quelli sanitari (i più complessi), il contratto dell’università (per ora sicuro), un temporaneo documento di identità, il passaporto e due fotografie (cioè i miei Alias). In loco si è dovuto riempire un lungo formulario con l’aiuto di uno studente cinese molto bravo e timido che parla bene italiano e che ha dovuto inventarsi il mio nome, una specie di “Massimo” nei caratteri cinesi. Superate tutte queste prove con un profondo sospiro di sollievo, la poliziotta, efficiente, quasi invisibile, con pc davanti cui trascrive tutti i dati, ha fatto persino una Ciberfoto al mio Visus con quelle macchinette che, in tanti uffici post-industriali, archiviano i “clienti”. Bene, anzi, qui comincia il brutto. Sembrava tutto superato, in quanto l’ultima prova erano le fotografie, cioè Alias, il mio fratello-concorrente che poi ho potuto conoscere . La poliziotta guarda Alias, la rigira, poi – sempre senza fissare – dice che non vanno bene perché lo sfondo è rosso. “Rosso, domanda Visus? Ma se è il colore della repubblica popolare? Guardi - prosegue rivolto allo studente che traduce - che è stata fatta all’università della Cucn, qua vicino”.

Niente. Neanche ascolta.

Sono le 17,15 e alle 18.00 l’ufficio chiude. Ci sono 45’ di tempo. Intanto è arrivato l’autista, un simpaticone bassotto e sempre allegro, con una maglietta piena di scritte che dice (sempre in cinese tradotto) che non ci sono problema: lui conosce un negozio qua vicino. (E meno male, penso io, è il momento-chiave per il mio sviluppo… ). Va bene… si va alla macchina che con manovre ormai abituali da queste parti schizza verso il negozietto. All’entrata si paga e poi si sale al 1° piano, dove sta seduta in attesa una donna enigmatica, faccia dura e tagliata nel silenzio, movimenti secchi e precisi, vestiti anonimi. Questo il racconto registrato di Visus:

“Mi guarda e dice che devo pettinarmi e bagnarmi i capelli che sono lunghi. Dico subito di no, appena vedo un pettine semi-morto di plastica giallastra, vicino a due boccette dal liquido incerto. Dopo le traduzioni di Simone, lei scuote energicamente il capo. Sono le 17,30. Decido di ubbidire. Prendo que pettinaccio e lo passo velocemente ai lati dei capelli, vicino alle orecchie, cercando di nascondere i ciuffi dietro le orecchie. Lei storce la bocca ma sembra acconsentire forse perchè l’acqua è rimasta a galleggiare nella boccetta. Mi fa sedere su uno sgabello con sfondo bianco. Mi guarda e fa cenno di inclinare la testa. Ok. Dall’altra parte. Ok. Guarda nell’obiettivo e si ferma. Prende qualcosa di bianco che mi mette in mano con fare che non ammette discussioni: sono pallottole di carta tipo igienica e dice che me le devo mettere dietro le orecchie e con gesti delle mani mi ordina di nascondere i capelli. Insomma lei vuole le orecchie bene esposte, senza che irrequieti capelli possano rendere “irregolare” le mie identità. Guardo le due pallottoline e l’orologio. Obbedisco. Le metto come fossero stanghette di occhiali per bloccare i ciuffi dei capelli che erano tornati come prima. Mi fissa soddisfatta, anche se i suoi lineamenti rimangono gli stessi, guarda nel mirino e dopo qualche minuto scatta. Bene, ci siamo. No. arrivano altri due clienti e come spesso accade questi si infilano in mezzo. Cerco di dire qualcosa, anzi, batto il dito sull’orologio per dire che ho fretta. Le mi fissa con commiserazione, come a dire che non capisco nulla. Apre il pc. Articola la foto. La fissa al centro. Poi torna indietro col mouse. La fisso come paralizzato. Non è soddisfatta. 17,40. Va su fotoshop (che è come una sala di chirurgica estetica per me, NdA) e comincia a fare un’operazione incredibile”.

Posso riprendere io, Biofoto, a raccontare secondo la mia esperienza a partire dal momento della mia nascita e del mio “sviluppo” che – come vedete - non é stato facile fin dal mio apparire. Sono apparsa, infatti, alla luce dello screen con tutti i miei pixel a posto , forse qualcuno ancora un po´ in disordine per qualche capello irriducibile, ma era la mia identitá in quel momento e io, Biofoto, la dovevo difendere. Ma come potete immaginare ero immobile, frontale, colorata solo sul viso e adagiata sul regolare sfondo bianco. Dopo qualche istante mi sono sentita sottrarre parte di quel mio primo apparire: un raccapriccio impotente attraversó l´intera mia pelle-pellicola in sviluppo. Percepivo che venivano cancellati alcuni tratti significativi di me. Di me-biofoto. Prima ai lati, vicino le orecchie,poi persino in cima alla testa dove – ahimé – non erano nemmeno tanti, no, proprio non posso dire che io e Visus abbiamo una folta capigliatura specie, una furia censoria del mouse cancellava ogni capello scomposto. Ho cercato di muovermi per impedire tale inquadramento, ma il mouse - preciso e affilato come il rasoio di un barbiere - continuava imperturbabile a radermi. Finalmente quella donna dalla visione un po´ maniacale dell´ordine identitario si è fermata per un attimo e fu allora che ho incrociato per la prima volta lo sguardo di Visus . E ho capito che il disastro era compiuto. Tra me e lui si era creato un abisso psico-fotografico. Sentivo che giá non mi voleva bene e che mi respingeva appena nato per una colpa non mia. Il mouse ha ripreso a scorrere sui miei capelli residui per lasciare solo strisce bianche. Ormai quasi tutti eliminati alla vista. Prima a destra, poi a sinistra e infine in alto. Continuavo a fissare Visus agitatissimo, che guardava l’orologio e ci batteva il dito sopra, si rivolgeva a Simone sempre educato. Nulla. L’operazione di mutazione identitaria è portata a termine come per un provino per il grande fratello. Mi mette in un cd, ma lui, Visus, vuole le foto subito. Niente, si deve scendere al piano terra dove avviene la mia trasfigurazione: passo cioè dall’originale in video a un formato cartaceo moltiplicato per quattro, ormai quasi senza capelli, per calvizie digitale anche i pochi scomposti in testa sono stati definitivamente eliminati. Emergo senza colori di sfondo, come vuole la procedura e con le orecchie ben visibili, ordinata, precisa, burocraticamente perfetta. Sono contenta per me ma anche per Visus che sembra rassegnato e non guarda neanche più l’orologio. E neanche a me… Una seconda giovanissima impiegata deve fare l’operazione finale: mi mette su una specie di macchina dalla lunga lama tagliante che, come precisione lenta e meticolosa, divide il mio formato a quattro, eliminando le spuntature bianche. Finalmente sono singolo. Cioè sono o uno e quattro. La giovane sembra cercare una busta con calma e a questo punto interviene Simone che inchinandosi per ringraziare mi prende, mi passa la volo a Visus come in una partita di rugby. 17,50. Sono in una custodia e mi sento correre insieme all’autista che ci ha raggiunto quando ..... dalle scale scende lei. Sì. Proprio lei, la fotografa, che imperturbabile ci taglia la strada, passa vicino a me che sto nelle mani di Visus, vedo che sorride soddisfatta e trionfante, forse anche un poco crudele, mentre cammina a passi lenti. Dopo un attimo di paralisi, si inizia a correre e la sorpassiamo sulle scale. In macchina. L’autista fa circa 3 infrazioni contemporaneamente e schizza verso l’ufficio della polizia. 17,55. L’ultimo semaforo è rosso. È una fortuna: Simone scatta, mi prende, esce dalla macchina e si mette a correre verso l’ufficio, mentre la macchina riprende la manovra finale per parcheggiarsi all’entrata. Lo Studente con grande diplomazia - alle 17,58! – mi affida in duplice copia alle mani compiaciute della poliziotta che stava già per alzarsi e andar via.

Le altre due mie Biofoto sono nelle mani di Visus che neanche mi guarda. Sembra proprio che non voglia riconoscermi e che preferisca mio fratello Alias. Neanche sono nato che io – Biofoto - già mi sento rifiutato come un Edipo dall’imago negata.

Massimo Canevacci

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