Alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna per capire cos'è il simbolismo

Giovanni Segantini - La vanità (La fonte del male) - 1897

Il termine “simbolismo” ha sempre generato in me un po’ di confusione, perché viene usato per indicare indistintamente diversi gruppi di artisti sparsi tra ottocento e novecento e tra Nord e Sud d’Europa.

Mi soccorre questa mostra che, dopo essere stata a Ferrara, è appena approdata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma.
E’ una diligente rassegna che elenca più o meno tutto ciò che può essere accademicamente definito simbolista.

Si parte dai soliti “proto”, cioè quelli che anticipano ma che ancora non sono, in questo caso il cupo Böcklin (per intenderci quello de “l’isola dei morti”), il preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, con le consuete languide idealizzazioni, e Puvis de Chavannes, che da quando è stato riscoperto è sempre massicciamente presente, a vario titolo, in qualsiasi esposizione sul XIX secolo.

Si passa quindi attraverso l’esuberante personalità di Moreau, per giungere alle visioni di Odilon Redon, forse il più simbolista dei simbolisti.
E poi Gauguin, con le sue metafore polinesiane (qui esplicitate con due prestiti davvero importanti), i suoi amici Nabis, Maurice Denis e Paul Serusier, fino agli epigoni novecenteschi Munch, Segantini, Klimt.

Ma l’esposizione avrebbe potuto continuare all’infinito perché il simbolismo, più che un movimento, è l’espressione della componente “letteraria” di un artista, e per questo è rintracciabile in forme diverse in ogni epoca.

Ad esempio, non vi pare simbolista anche questo?

A Roma, GNAM, fino al 16 settembre

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