Dancing in the dark

hangzhou

Da Shanghai ad Hangzhou, località considerata la "perla della Cina" per la sua bellezza naturale: laghi, boschi, sentieri, canali che si intrecciano ne sono lo sfondo.

"Dancing in the dark" è ambiantata in questo paesaggio: una passeggiata verso l'imbrunire in cui la strada si anima improvvisamente di musica...

[Nella foto: vista di Hangzhou]

Dancing in the dark

Qualche giorno dopo siamo a Hangzhou, la perla della Cina. Una sera, dopo aver visitato i suoi laghi, chiedo all’albergo se conosce un posto bello vicino al fiume. Mostro la mappa e mi indica un nome. Col taxi andiamo là in una mezz’ora di traffico intenso e inquinamento fuori controllo. Anziché sul fiume, ci troviamo su un canale che evidentemente si dovrà connettere al fratello maggiore. Ha qualcosa di diverso dal solito e iniziamo a costeggiare una sponda. Sono circa le 20 e in giro c’è pochissima gente. Le insegne sono quasi tutte chiuse. Così scivoliamo lungo questa riva (ripa = Ribeiro, come il cognome di Sheila) dove gli spazi sembrano confondersi, ballatoi privati si intrecciano con calle pubbliche, da cui si aprono corridoi scuri e improvvisi negozietti di ogni tipo. Parrucchieri aperti senza clienti, piccoli shopping assonnati, negozi chiusi di moda, bar con musica. Dall’altro lato del canale si sente una musica più forte e si intravedono ombre che ballano. Festa all’aperto? Continuiamo la nostra discesa decidendo di andare a verificare al ritorno l’altra sponda… E’ scuro e umido… Camminiamo in questa specie di calle veneziana senza incontrare nessuno e osserviamo tutto con una ingenuità infantile, come se la radicale differenza cui la Cina ti sospinge - in quanto ci si trova dove il linguaggio verbale non ha terreni di commistione, solo quello corporale con gesti ed espressioni permette lo scambio minimo di informazioni - riesca a farti uscir fuori un surplus di attenzione alla meraviglia che è proprio della esperienza di una infanzia che sta per (o non vuole) diventare adolescenza, in quanto non ha ancora appreso la dura lezione del linguaggio delle parole. E tale disposizione allo stupore ottico verso ogni dettaglio viene ulteriormente accentuato da altri fattori convergenti: la sensazione verificata sempre di essere tranquilli, di non dover temere nulla dall’esterno, che proprio la nostra assoluta differenza sia in qualche strana maniera una specie di salvacondotto, il che spiega il senso di allegria, quasi ilarità e a volte anche di benevola presa in giro che le persone hanno quando mi incrociano. Essere sicuri accentua l’attenzione sul fuori tracciato da una curiosità aperta e a tentare di capire qualcosa come ci si abbandona a un rebus: si individuano tracce, indizi, spie, mix di codici iconici e ideogrammatici cui si deve tentare di dare un significato. E, a differenza del gioco enigmistico, nessuno mai ci dirà se quell’interpretazione - quel disvelamento parziale - abbia qualcosa di verità. E questa vaga incertezza accentua una voglia di dolce testardìa verso la comprensione possibile, di annusamento silenzioso, di occhiuta infiltrazione. Infatti, il senso del rebus sta proprio nel far viaggiare la comprensione attraverso le “cose”, cioè “cose-icone” che ci si presentano dinanzi disponendo tratti indiziari attraverso cui è possibile penetrare il segreto del significato. Un altro fattore è la reciproca voglia – mia e di Sheila – di decifrare questi piccoli mondi di significato in forma di rebus, come se ogni angolo o scorcio o insegna sia una specie di reciproca sfida, un gioco a volte molto serio, attraverso cui si dispone la nostra abilità alla decodifica, un gioco di immersioni rapido in cui si vince tutti insieme e non l’uno contro l’altro. La mia sensazione, camminando in quel lungo canale in attenta solitudine amorosa, è di attraversare quella nozione dicotomica pubblico-privato che è fortemente radicata nel “sociale” europeo od occidentale, termini tutti così ambigui di cui mi scuso: forse sono connessi a una cultura di lunga durata iniziatasi in quel certo modo di produzione che conosciamo bene e che in Italia si è inabissato nella melma. Mi sembra di scivolare su un suolo che sta in uno spazio calpestato altro. E questo non ha nulla a che vedere con l’idea di comunismo che ci si può fare a scuola o tantomeno sulla Cina. Niente di comune, quindi, o di comunista. È uno spazio ambiguo, dove il luogo del lavoro pare inserito nello spazio vitale, dove si mangia e si dorme, forse anche ci si ama in qualche anfratto sicuro, chi lo sa… Alcune persone stanno fuori un negozio annoiato o stanco, sdraiate su poltrone, sedie e scalini, fumando in silenzio o chiacchierando; osservandoti, accennano a un sorriso oppure rimangono imperturbabili. In giro non c’è quasi nessuno e l’apertura residua di questi negozietti sembra giustificarsi da fatto che, quando cala la saracinesca, si apre il letto per dormire. Nello stesso luogo. Il ricordo letterario che mi viene ora, non certo in quel momento, è le notte bianche di Dostojevskij. Un camminare lento, un andare a zonzo, un non avere una meta né una voglia eppure intuire che ci attende un incontro. E in questo incedere si aprono vestigia, ponti, gallerie, corridoi, balconate, ballatoi, portoni, anfratti, tutto condito con una sporcizia impudica, si lascia per terra qualsiasi detrito con estrema indifferenza, come se il suolo non aspettasse altro, assieme a odori forti che l’acqua certo non trasparente del canale aumenta di vigore. Venezia, San Pietroburgo, Hangzhou… Canali, solitudine, compenetrazione amorosa, effluvi odorosi. Ecco che torna la musica ma più in là, verso dove ci stiamo dirigendo e già si nota un chiarore. Una musica allegra, forte, con ritornelli chiari, certamente ballabili, anzi no, sono due musiche quasi parallele che si incrociano.

Arriviamo quasi di spinta su un largo spiazzo. Il canale si interra e riprende più in là. Ora stiamo ai limiti di una larga avenue che costeggia la piazza, fatta di giardini e scalini, con bizzarre statue allegoriche intorno. E su due lati, avviene la danza di due gruppi contigui. Alla danza … alla danza! Una trentina di persone formano un primo gruppo, allineate su 3-4 linee; sulla prima al centro un uomo sembra dirigere il tutto, come scoprirò dopo; da un sacchetto di plastica esce una musica a palla, un po’ stridula, forse un semplice registratore. Fanno movimenti leggeri e ginnici, qualcosa tra tai chi, hully gully,aerobica o quella danza-ginnastica che si fa nei saloni per dimagrire o farsi belli e tonificati nei muscoli. Un disegno delle gambe, una giravolta del corpo, un declinare la testa, una apertura delle braccia, un gesticolare delle mani, un saltello qua e uno là, un tornare alla posizione iniziale, un sentirsi parte di un gruppo che si muove all’unisono - e il movimento all’unisono piace. Chi sa perché… non ci si sente soli…forse… si occhieggia il vicino per vedere se va tutto bene, si cerca di fare meglio, ci si sente non giudicati, né belli né brutti, né bravi né schiappe. Si danza! E insieme… Dopo un po’ scopro quello bravo, ma proprio bravo, un uomo sui quaranta, leggero, dolce, entusiasta, abbandonato alla danza che pretende di essere partecipata e vissuta. Uno spettacolo di eleganza e persino di una sensualità senza sesso. Come entriamo nel campo visivo dei ballerini, tutti ci guardano allegri e subito alcuni, tra cui quello che dovrebbe essere il conduttore, ci fanno ampi cenni di entrare nel gioco. Sheila non se lo fa ripetere e si colloca subito tra due persone, osserva i movimenti, si concentra seria, prende queste cose terribilmente sul serio, inizia a muoversi ed è subito in sintonia. Grande… Il capo mi invita di nuovo e io che mi ero appoggiato a una fontanella senza acqua faccio finta che non posso che ho la borsa e la giacca di Sheila, ma lui subito fa cenno di mettere tutto a lui di fronte e così non posso tirarmi indietro. Entro dentro e cerco di imitare i movimenti, solo che la mia fila è l’ultima e quando ci si volta diventa la prima per cui non ho punti di riferimento e inizia il disastro. Mi considero uno che ha sempre tanto amato danzare e tuttora lo desidero come una gioco del corpo dalla sensualità infinita che mi scioglie. Eppure mi sento un brocco, balbetto movimenti spezzati, alzo e abbasso gambe e braccia fuoritempo, anche se nessuno ti guarda o ti si fila, come si dice dalle mie parti, un senso di incapacità crescente mi invade. Mannaggia sono proprio un disastro. Tento di concentrarmi di nuovo e di sfidarmi. Seguo con la coda dell’occhio una mia vicina molto brava. Dopo un po’ mi ritrovo vicino al marciapiede con le gambe avvitate. Sorrido, mi inchino, agito la mano e torno alla mia fontanella, resistendo ai richiami di invito che il capo e Sheila mi fanno. Le musiche cambiano sempre e ogni canzone ha la sua coreografia e questo mi sembra strano. Non è che ognuno balla come vuole, ogni musica ha dei passi già decisi, che evidentemente “si sa” che sono quelli, non è che c’è un capo o un trainer da seguire, è come se quelle musiche avessero da sempre quei passi, che fossero per così dire uniti dall’origine per cui non resta che affidarsi a quel flusso. È inutile domandarsi chi ha inventato quei passi, se la tv o un centro culturale o il conduttore. Già inizia un nuovo motivo e tutti fanno quei movimenti in schiera, solo quelli, che già tutti sanno a memoria; altro motivo altri passi, ogni volta ben diversi anche se con uno spirito coreografico affine. Sheila ha una facilità estrema a seguire il tutto all’inizio e poi si abbandona al piacere delle piccole variazioni, attraverso cui ciascuno è se stesso. Tra un brano e l’altro passano pochissimi secondi di intervallo. Il flusso della danza è continuo. Arrivano le 21 e, come se tutti fossero d’accordo fin dall’inizio, senza dir nulla, salutarsi o abbracciarsi (atto qui ignoto o fuori regola: quando sono arrivato all’aeroporto di Nanjin c’era una giovane professoressa che conoscevo solo per mail, oltre un mio ex-studente da tempo in Cina; la vedo e l’abbraccio. Poco dopo l’ex mi dice che qui non si usa e che mentre l’abbracciavo tutti mi osservavano…), la musica finisce. Il “capo" prende il sacchetto con la radio, tutti si dirigono alle loro biciclette o a piedi alle loro case. La musica è finita… la piazza si spegne… è tardi…

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