Only you

only you

Da Hangzhou di nuovo a Nanchino: con la terza parte della trilogia i Diari tornano nel loro luogo di origine, anbientati in una location del tutto particolare: una vineria-karaoke sino-australiana.

In un flusso armonico e serrato, mentre la sala si a ritmo di musica, le note di "Only You" - pezzo storico dei Platters - aprono un gate temporale che riporta il professore nella Roma della sua adolescenza fra impacciati corteggiamenti, vecchie sale cinematografiche ormai sostituite da centri commerciali e disci in vinile. Pagine intense che scorrono via veloci.

Buona lettura

Only you

Una mail da parte della Cucn mi avverte che domenica ci sarà una festa in un posto imprecisato al centro di Nanjing. Alle 17,07 arriviamo al bus che ci aspetta con impazienza per i 7’ di ritardo con una decina di colleghi già seduti. Dopo un’ora di transito, arriviamo in una vineria che, come mi hanno spiegato nel tragitto, è di un cinese emigrato in Australia, dove ha messo su una azienda vinicola e ha iniziato a esportalo in Cina. Una vineria a Nanjing è già una sorpresa, poi messa su da un cinese emigrato in Australia e tornato qua mi sembra ancora una volta un esempio di questi flussi diasporici che caratterizzano tanta contemporaneità rimescolante. Appena entrati, si presentano file ordinate di bottiglie e una hostess che mi si affianca per dare spiegazioni in inglese, con vicino la padrona elegante e competente. Scendiamo tutti al piano di sotto dove ci sono botti vere, che all’inizio immagino piene di vino altrettanto vero e che poi capisco essere solo una scenografia fake, come sul soffitto da cui pendono grappoli di uva con tanto di foglie e filari di pinot-plastica. Intorno sempre file di bottiglie di vino su delle teche e al centro una specie di tavola rotonda con un pc e alcuni microfoni; nella parete di fronte, una tela che già mostra immagini di viticultori. Si inizia con un vino abboccato, ice-wine, che in genere viene servito freddo alla fine. Su un tavolo arriva da mangiare e ci fanno assaggiare finalmente il rosso, niente male. Faccio finta di essere esperto inventando sapori e retrogusti inesistenti. Ma vedo che la padrona rimane sorpresa dal fatto che avrei apprezzato di più il secondo vino rosso del primo che evidentemente deve costare molto di più (40 euro, scopro dopo!). Ci invitano a sedere, per mangiare-bere più comodi e anche per vedere il documentario sulla vite sino-australiana. Pura pubblicità alquanto noiosa. Dopo un po’ la situazione stalla e Sheila scopre che pc, microfoni e tela non servono solo a presentare lo spot-wine, ma che è addirittura pronto per il karaoke! E Sheila adora il karaoke… Comunque meglio di continuare a vedere docu-spot. Si sceglie una prima canzone “cinese” - Honey Honey - genere teen carina triste-perché-sola. Per smuovere la situazione comincio a ballare. Poco dopo è la volta di una musica tipo militare che mostra esercizi ginnici e movimenti di truppe. Ballarlo non è facile ma credo sia stata la mia rivincita dopo l’insuccesso di Hangzhou: invito la padrona, alta, maestosa, sicura, che si muove con passi precisi e direi classici, due a sinistra e uno a destra per riprendere fiato. Faccio qualche rotazione e lei mi segue, mentre il video mostra manovre militari di confine e la musica si fa di un rigido sincopato. Mi lancio con variazioni figurate accompagnate dalle braccia che si alzano per far passare sotto la dama e riprenderla poi alla vita come una sorpresa o un borseggio. La vineria si scalda: si cantano canzoni del genere romantico quarantenne, con immagini strazianti di separazioni, reincontri, allontanamenti finali. Si beve molto e la mia testa gira come un karaoke. Per fortuna Sheila sceglie l’unica canzone a noi conosciuta: Only you, sì proprio solo te… Mentre lei inizia a cantare col microfono tipo gelato, la prendo per ballare e subito la hostess mi dà un secondo gelato. Così mentre volteggiamo lentamente la hit della mia vita, cantiamo insieme le celebri parole impresse dall’adolescenza e lo schermo si accende di loro. Quelle immagini sono per me fonte di enorme commozione: qualcuno ricorderà che questo genere di canzoni diventò anche film che avrò visto decine di volte. E anche adesso su quello stesso schermo, quasi 50 anni dopo, riappaiono nientemeno che i Platters stessi che non vedevo da decenni, eleganti nei loro vestiti extra-large, con Zola Taylor unica ragazza del quintetto super-sexy anche nel nome ( Zola o il suono eXtraordinario … prima di appartenere a un grande giocatore anglo-sardo), che ci poneva la domanda se stesse con Tony Williams, mentre il basso, la cui voce veramente profonda specie nel finale è stata sempre momento di religiosa estasi e di continue imitazioni. Only You è stata la prima canzone che ho ballato e lo ricordo ancora come fosse oggi. Stavamo a casa di un amico, come si usava verso la fine dei ’50 (le discoteche non esistevano per noi piccoli), anzi era il 57-58, con aranciate e chinotti neri, biscottini e pastarelle, che i genitori offrivano generosamente nel salotto, dall’arredamento tipo svedese, come andava di moda, legni chiari, leggeri, divani e tavoli dalle gambe sottili, al centro il mitico Lesa che girava a tutto spiano coi 45 che non finivano mai nella mia percezione di allora: un disco era una vita intera che passava in quei vinili piccolini dalle copertine sgargianti, pieni di facce sorridenti e denti bianchi, disseminati ai lati del giradischi. Si chiedeva a una ragazza “balli?”, anche se l’interrogativo doveva sembrare pleonastico, mentre i più fighi la prendevano semplicemente per la vita, e dopo si rimaneva in silenzio per 3’, occhi chiusi anche perché almeno io non sapevo mai cosa dire e se aprivo bocca mi sembravo ridicolo, quindi meglio il silenzio. E poi concentrazione massima sul contatto carnale delle dita, vera porta d’ingresso di ogni immagine erotica, all’epoca quanto mai nebulosa: le dita si toccavano, si stringevano con piccole pressioni per verificare se “lei” rispondeva, mentre le tempie si sfioravano fino ad adagiarsi l’una sull’altra e gli occhi si inumidivano pensando che questo-deve-essere-l’amore, solo te, only you. Lei si chiamava Mara e ne ero innamoratissimo. Invitarla a ballare era una scalata al K2. Eppure era lei che mi aveva provocato… Mentre camminavo sotto casa sua mi lanciava mollette e invece di nascondersi lasciava il faccino malizioso affacciato sulla balaustra sorridendomi ironica. La cosa mi lanciava palpitazioni incontrollabili, per cui non sapevo che fare, se alzare di nuovo il capo e fissarla, se salire su (ma solo nei miei sogni più audaci dell’epoca) e baciarla, se fare il giro del palazzo e ripassare sotto casa sua con fare indifferente. E ora l’avevo tra le braccia mentre i miei amici, specie uno che rimarrà per sempre come l’odiato Nello, ridacchiavano coprendosi la bocca con le mani o alzando gli occhi al cielo. Qualche giorno dopo, Nello l’infame mi rubò la mia prima agendina dove avevo scritto parole d’amore per Mara, forse persino un tentativo rozzo di poesia, e la fece vedere a tutti ridendo sgangheratamente come se innamorarsi fosse la cosa più idiota del mondo. Nello che era “il più grande”, lo scafato, come si diceva, che mi iniziò a fumare le Nazionali con fare paraculo. Mara invece mi lasciava in silenzio, la vedevo, aveva occhi dorati, biondina, nasino impertinente, all’epoca fin troppo smaliziata, almeno per me, Mara che anticipava i ’60 che stavano per arrivare impetuosi e travolgenti, mentre io bloccato dalla mia timidezza stavo zitto davanti a lei, che mi sorrideva come per dire “e allora?”. E allora niente. Mara rimase per me come la Claudia di Fellini in 8% per un bel po’. La cosa che sapevo fare meglio, ballando, era sussurrare le parole di only you, in parte vere in parte rimasticate, pensando che solo quello potesse bastare per far cadere l’amore. No, non funzionò mai così e lo scoprirò dopo qualche anno con difficoltà. Intanto Only you arrivava alla fine, il Lesa si fermava automaticamente per tornare all’inizio e allora giravo il 45 giri per mettere mi pare The Great Pretender, che doveva essere chiaro che ero io. Il film lo andavo a vedere al cinema XXI Aprile, la sala più bella di Roma e del Mondo, dentro il celebre Palazzo Federici, già location del bel film di Scola Una giornata Particolare, dove ero nato e che per me rappresentava un piccolo mondo fatto di misteriose scale, ingressi semiconosciuti, scantinati pericolosi, portoni chiusi, altri che si aprivano su panetterie o su appartamenti, lungo i quali si giocava a tutto, specie a nascondino o ai cartoccetti. Quel cinema era favoloso e il mio amore per “lui”, il cinema, è nato là, quando d’estate durante l’intervallo si apriva il soffitto, il fumo usciva dalla sala e apparivano le stelle. Ma adesso non è tempo di parlare di quel cinema trasformato in orrendo supermarket SMS, dove mi sono sempre rifiutato di entrare. Lì vedevo-ascoltavo questi Platters e gli altri, tra cui l’indimenticabile sound e movimenti delle gambe di Chuck Berry, forse il più grande di tutti; il razzismo per me era sconosciuto, anzi, questi cantanti non erano “negri” o afro-americani, erano fonte di una vitalità estrema che mi tirava via dall’atmosfera plumbea delle Nilla Pizzi. E poi Zola era proprio bella… (Quegli anni romani possono piacere solo a Nanni Moretti. Noi - io - guardavamo da altre parti, non certo alla Garbatella) … Ora quelle immagini si sovrappongono con la vineria. E vedo addirittura – lo riconosco subito come fosse un mio vecchio amico – Alan Freed che si siede a un tavolo mentre i Platters gorgheggiano. Caro vecchio Alan, era tempo che non ci si vedeva, tu che per me sei stato il primo a scoprire talenti che faranno la storia del r&r… Allora canto più forte in duetto con Sheila, come la coppia sorpresa nel Parco del Popolo a Shanghai, la stringo forte a me e me la guardo sorridendo e volteggiando mentre karaoko: “when you take may hand, I understand the magic that you do …”.

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