Un libro a settimana: "Lo squalo da 12 milioni di dollari" di Donald Thompson

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Chi e cosa decide le quotazioni altissime di alcune opere d'arte contemporanea? Quali meccanismi regolano questo mercato? E' quello che ci spiega Donald Thompson, economista inglese, in un corposo saggio uscito per Mondadori col titolo "Lo squalo da 12 milioni di dollari" (370 pagine, 18 euro).

Lo squalo a cui si riferisce Thompson è, naturalmente, quello imbalsamato e custodito in una teca realizzato da Daminen Hirst, acquisito dal miliardario americano Steve Cohen nel 2005 per la modestissima cifra di 12 milioni di dollari. Attraverso un percorso che attraversa tutta la filiera, dall'artista all'acquirente, passando per i galleristi, i collezionisti e le case d'aste, Thompson cerca di spiegare il motivo di tanto valore.

Che cosa rende tanto preziosa un'opera d'arte, dunque? Ciò che costituisce il "segreto" del valore di un quadro, una scultura, quel "di più" che le fa raggiungere cifre da capogiro, non è altro che il brand, il risultato di quell'alchimia di comunicazione e marketing che coinvolge tanto i quadri quanto alcune case di moda, la pasta che acquistiamo al supermercato, l'automobile che scegliamo, il cellulare...

Secondo Thompson, infatti, il circuito dell'arte non è tanto diverso da quello che investe, ad esempio, l'abbigliamento o le auto: la borsa di Prada ci evoca eleganza, una Mercedes il prestigio. E, per tornare al campo dell'arte, basta l'esempio di Charles Saatchi, collezionista che lanciò il Young British Art, il gruppo londinese di cui fa parte lo stesso Damien Hirst.

E' sufficiente infatti entrare nel circuito di Saatchi perché le opere acquisiscano cifre da capogiro. E non è un caso che sia lo stesso Saatchi ad aver commissionato lo squalo a Damien Hirst. Insomma, Saatchi è un brand, e crea una situazione simile a quando chiediamo a qualcuno dove ha acquistato tal vestito. Saperlo crea (o può creare) un effetto di rivalutazione del vestito, anche se questo, di per sé, non incontra il nostro gusto.

Insomma, il libro di Thompson pare mostrare che il giudizio dei critici conta ben poco. Molto meglio tampinarsi un bel gallerista, un bel collezionista, sperando che, prima o poi, non ci chieda di realizzare per lui qualcosa, non importa cosa.

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