Non abbiamo più bisogno di oggetti d'arte...

caronia, cyberpunkUna quindicina di giorni fa ho finito di leggere l'antologia "Universi quasi Paralleli. Dalla fantascienza alla guerrigliea mediatica" a cura di A. Caronia. A pag 142-143 ci ho trovato un'intervista agli 0100101110101101.ORG sull'operazione Darko Maver (ancora attualissima), pubblicata sull'Unità il 14/02/2000.

Ve ne ripropongo qui uno stralcio, con un velo di nostalgia per l'inizio graffiante e attualissimo della coppia Eva e Franco Mattes, capace nelle prime apparizioni di emozionare con progetti come Nike Ground o Darko Maver, lucidissimi per altro nell'analisi.

Per il resto, ecco lo stralcio di intervista: per chi fosse interessato, Universi quasi Paralleli è un bel modo di surfare negli ultimi 15 anni di cultura cyperpunk (e dintorni), fra letteratura, arte e attivismo politico/tecnologico in Italia.

[Foto in alto: cover copertina "Universi quasi Paralleli", Cut-up Edizioni (2009)]

[...] Cosa avete cercato di dimostrare con questa operazione?

0100101110101101.ORG ha cercato di svelare i meccanismi che soggiacciono all'arte contemporanea, di mostrare palesemente che sono i critici e i galleristi che hanno il potere di creare un'artista, indipendentemente dal valore del suo lavoro; questo fenomeno è comunemente accettato o dato per scontato e ne viene sottovalutata la portata. Nel caso di Darko Maver 0100101110101101.ORG ha semplicemente saltato gli intermediari ottenendo il risultato di attirare l'attenzione sui processi piuttosto che sulle opere. Paradossalmente, nella sua dichiarata inesistenza, è più autentico Darko Maver di decine di presunti artisti. L'arte è una forma di alchimia che, invece di trasformare il metallo in pietra preziosa, trasforma la merda in oro (Piero Manzoni vendeva i suoi escrementi letteralmente a "peso d'oro"). Potenzialmente ogni cosa può divenire arte, si tratta solamente di conoscere le regole del gioco, tricchi compresi.

Si è trattato quindi di una provocazione contro l'arte condotta dall'interno stesso del sistema?

Non un'azione contro determinate istituzioni o testate - la rivista Flash Out, tanto per fare un'esempio, ha collaborato attivamente fin dall'inizio - ma una pura azione dimostrativa. Le opere d'arte, anche le più radicali, finiscono per rafforzare lo status quo perché rafforzano la predisposizione del pubblico a ingerire passivamente codici rigidi e stereotipi visivi e comportamentali. È solo smontando tali meccanismi che li si può comprendere e rifiutare; non abbiamo più bisogno di altri "oggetti d'arte", quanto di opere in grado di rendere il pubblico più consapevole.

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