Il brio di Raffaello secondo Balzac

Nel romanzo "La cugina Bette", Balzac ci restituisce uno spaccato della vita artistica parigina intorno agli anni '40 dell'Ottocento, raccontando le vicende di un giovane e talentuoso scultore. E' un documento indispensabile, ricco di commenti e giudizi che permettono di ricostruire i canoni estetici dell'epoca. Abbiamo scelto, tra questi spunti, una pagina dedicata al concetto di brio nell'arte, in particolare con esempi da Raffaello.

Le opere degli uomini di genio non posseggono tutte in egual misura quel fulgore, quello splendore visibile agli occhi di chiunque, anche a quelli degli ignoranti. Certi quadri di Raffaello, ad esempio, quali la celebre Trasfigurazione, la Madonna di Foligno, gli affreschi delle Stanze del Vaticano, non impongono immediatamente l'ammirazione come il Sonatore di violino del Palazzo Sciarra, i Ritratti dei Doni e la Visione di Ezechiele della Galleria Pitti, Cristo che porta la Croce della Galleria Borghese, lo Sposalizio della Vergine della Pinacoteca di Brera, a Milano. Il San Giovanni Battista della tribuna, San Luca che ritrae la Madonna dell'Accademia di San Luca a Roma non hanno il fascino del Ritratto di Leone X e della Vergine di Dresda.

Eppure il loro valore è lo stesso. Anzi! Le Stanze, la Trasfigurazione, i chiaroscuri e le tele del Vaticano rappresentano il sommo della sublimità e della perfezione. Ma questi capolavori richiedono anche all'ammiratore più preparato una specie di tensione, una preparazione, uno studio, per essere compresi in ogni piccola parte; mentre il Violinista, lo Sposalizio della Vergine, la Visione d'Ezechiele entrano da soli nel nostro cuore attraverso la doppia porta degli occhi e vi si creano un loro posto; voi prendete piacere a riceverli così, senza alcuno sforzo; è il culmine dell'arte, è la felicità dell'arte. Ciò dimostra che la nascita delle opere artistiche presenta le stesse casualità che si incontrano nelle famiglie in cui ci sono bambini felicemente dotati che crescono bene e senza procurare dolori alle loro madri, ai quali tutto sorride, tutto riesce. Vi sono insomma i fiori del genio come vi sono i fiori dell'amore.
Quel brio, parola italiana intraducibile e che noi comuniciamo a usare, è la caratteristica delle prime opere. E' il frutto della vitalità e della foga intrepida del talento giovanile, vitalità che che si ritrova più tardi in alcuni momenti felici; ma allora quel brio non viene più dal cuore dell'artista; e invece di proiettarlo nelle sue opere come un vulcano lancia le sue fiamme, egli lo subisce, lo deve e certe circostanze, all'amore, alla rivalità, spesso all'odio e più ancora alle esigenze di una gloria da conservare.

(Balzac, "La cugina Bette", Roma, Newton Compton, 1999, pagg. 75 e segg.)

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