The Influencers 2010: intervista/reportage con Luca Lo Coco

the influencers

Come sapete lo scorso weekend mi trovavo a Berlino per Transmediale 10 e come sapete negli stessi giorni si svolgeva il festival The Influencers: scelte complicate che spesso vengono decise daeel prenotazioni aeree e purtroppo non ho ancora il dono dell'ubiquità.

Saranno questi un sabato e una domenica all'insegna del reportage (a seguire arriveranno i pezzi di Transmediale), del racconto vivo di un evento che rimane forse il documento più prezioso di un lavoro giornalistico. Grazie a Luca Lo Coco, che ha acconsentito a rispondere ad alcune mie domande, ecco dunque un racconto vivido e brillante della tre giorni di Barcellona: lo ringraziamo anche per le gli scatti che ci ha generosamente regalato.

Detto ciò, prima di lasciarvi alle sue parole, mi sento di dover fare una parentesi: conoscevo il lavoro di Luca tramite la piattaforma QuitMag, ma questa intervista mi ha colto un po' di sorpresa. Vengo infatti a sapere che Luca è coinvolto in una diatriba legale a causa di un suo lavoro, che va avanti dal 2007 e che si concluderà nel 2010, come leggerete nelle presentazioni: cercheremo eventualmente di saperne di più di questa storia.

Intanto buona lettura.

The Influencers 2010 by Luca Lo Coco



- Luca Lo Coco, brevi presentazioni col pubblico di ArtsBlog

Luca Lo Coco (www.lucalococo.eu/) è un ragazzo che ha intrapreso il suo percorso artistico nel modo meno proficuo possibile; in effetti si è seduto al tavolo da gioco essendo già "in perdita". Con il suo sito internet www.ashartonline.com ha criticato un sistema dell'arte troppo attento all'economia, e troppo poco vigile rispetto al mantenimento della qualità artistica. Ha criticato l'estetica del denaro propria di molte riviste d'arte contemporanea italiane. Nel maggio del 2010 si concluderà la causa con il direttore di Flash Art G.Politi, che chiede un risarcimento danni pari a 200.000 euro.

Quasi per contrppasso, nasce QuitMag, progetto del 2008 volto alla promozione della libera informazione condivisa e a una cultura che abbia le fondamenta nella collettività. In generale, la ricerca artistica del giovane palermitano s'incentra nelle relazioni che sussistono fra il mondo reale e il mondo virtuale.


- The Influencers: hai vissuto il festivaldall'inizio alla fine. Mi è dispiaciuto non poterci essere perchè sembra una delle realtà di festival più interessanti legate alla scena del'arte e dell'attivismo: che ne pensi? Impressioni generali sul festival

The Influencers 2010. Sono rare le volte in cui si ha la possibilità di assistere a un festival del genere, precisamente, a un festival della "arte", della "guerriglia della comunicazione" e dello "intrattenimento radicale". Una grande sala gremita (CCCB - Barcellona) di un pubblico molto vario: giovani, meno giovani, ma anche anzianotti. Organizzazione "de puta madre": un bar perfettamente funzionante e con costi accessibili, possibilità gratuita di avere un auricolare con traduzione simultanea in spagnolo, orari e appuntamenti sempre rispettati.

Tuttavia, ciò che realmente impressiona del festival, è la qualità degli argomenti e degli spunti offerti dagli invitati.

The Yes Men, hanno mostrato a un pubblico letteralmente pazzo di loro, come non essere dei "leccaculo" (The Yes Men, in inglese, significa proprio "leccaculo"); James Acord, commovente: come un nonno ai suoi nipotini (non per essere poetico, ma l'impressione era davvero questa), con voce tremolante, impartiva importanti lezioni di creatività e determinazione; ZEUS ha incarnato lo spirito libero del festival: alla domanda "come fai a sostituire i cartelloni pubblicitari delle fermate degli autobus?" lui, candidamente, ha risposto che avrebbe potuto scassinare quasi tutti i tipi di serrature che una città possiede (quelle per l'accesso al metro, delle cassette della luce, degli spazi pubblicitari...) e con altrettanta leggerezza ha raccontato di una volta in cui, per compiere una delle sue solite azioni cittadine notturne, ha dovuto "spegnere" - cioè lasciare al buio - un'intera strada! IOCOSE, un po' emozionati (ma come non esserlo al cospetto di tanto pubblico) hanno saputo esprimere il loro dissenso per una società i cui valori profondi sembrano essere scomparsi: presentano così una ghigliottina "da ikea" e "a soli 99 euro", che può tranquillamente essere usata nella comodità del proprio salone; Donkijote, altro italiano, racconta il suo poetico viaggio all'insegna della riappropriazione di un tempo e di uno spazio che, nella frenesia dell'oggi, sono in via di smarrimento; i Black Label Bike Club intrattengono i giovani per 4 giorni con progetti di guerra con le biciclette, ma in sala vengono criticati i loro modi di condurre il "gioco", e a domande volte a una migliore comprensione dei concetti e fini promossi dalla loro creatività, rispondono con non poche difficoltà; Joan Leandre mostra come sia possibile "vedere oltre" un videogame e spiega i suoi metodi per modificare gli stessi: interessantissimo, soprattutto per chi possiede capacità di programmazione informatica.

In generale, ciò che colpisce dell'evento in questione, è la coscienza che si ha di star prendendo parte a qualcosa di non convenzionale. La rigidità degli eventi standard, delle occasioni preconfezionate, è persa: nelle prime file solo ragazzi che assistono comodamente distesi su dei cuscini; il presentatore, reduce da una guerra di bike, annuncia, truccato, il prossimo intervento; le domande da parte di chi assiste sono molteplici, così che la distanza pubblico/artista è abbattuta in favore di un vero e proprio colloquio. In un mondo in cui le differenze stanno diventando una rarità, festival del genere colorano senz'altro il grigiume contemporaneo e offrono importanti spunti agli spiriti creativi.

- Fra le opere e le performanche in programma, qual'è quella che ti ha coltito di più e perché?

The Yes Men e Donkijote sono stati eccezionali. A entrambi ho fatto un'intervista che verrà pubblicata nel prossimo numero di QuitMag. Da anni seguo le vicende di quei folletti sovversivi della contemporaneità che sono The Yes Men. Mettono in risalto la banalità dei sistemi di produzione di informazione e di cultura di oggi, sghignazzano in faccia a chi li vorrebbe sbattere in galera, sono fra i pochi gruppi che non hanno paura di "dire la loro".

Donkijote e il suo asino mi hanno colpito emotivamente. I temi messi in gioco da Cristian Bettini (in arte, Donkijote) sono di vitale importanza. Stiamo perdendo il nostro rapporto col mondo e con la natura, non siamo più capaci d'intendere le parole "tempo", "distanza", semplicemente perché la frenesia quotidiana ce li sottrae silenziosamente: il viaggio di Cristian, accompagnato dal suo asino bardato di GPS e di altri strumenti tecnologici, costituisce una reale riappropriazione da parte dell'uomo, del proprio ambiente. Cristian vive così, camminando, conoscendo persone non tramite facebook ma con una stretta di mano, nella speranza di far capire che la distanza è ancora importante, e che un suo abbattimento totale porterebbe solo a una "freddezza" aliena al nostro essere.

- Infine una domanda. I Critical Art Ensemble sono fra i gruppi storici che hanno sviluppato una riflessione critica fra le più organiche e incisive (mi riferisco ad esempio al libro Disobedienza Civile Elettronica). Ho parlato spesso di loro su questo blog e vorrei una tua impressione sulla loro presenza durante il festival, avendoli visti di persona.

Una maglietta bianca oversize, capelli lunghi sulle spalle, sottile e intelligente ironia; un'ora di puntigliose riflessioni sullo stato attuale delle cose e sui possibili metodi d'intervento: ecco Steve Kurtz a The Influencers 2010 (Barcellona). L'americano fa parte del gruppo ventennale dei Critical Art Ensemble, punto di riferimento internazionale per la critica di stampo attivista nei confronti di un sistema "disumano" - nel senso che tiene poco conto dell'uomo.

I CAE sono sempre contemporanei perché sanno adattarsi alla mutevolezza del sistema. Camaleontici, attaccano quel potere che ieri aveva una sede fisica bene identificabile, ma che oggi ha assunto una forma fluida e risiede nel ciberspazio. Dei Critical Art Ensemble sono le espressioni "disobbedienza civile elettronica", "disturbo elettronico", "resistenza digitale"; tutte locuzioni che lasciano trapelare il loro interesse per il mondo informatico / digitale, e la loro disistima per una società troppo accondiscendente. La rete come ambiente di lotta critica; la virtualità come nuova possibilità per un nuovo gruppo capace di fondere l'attivismo tipico dei decenni passati, con le nuove tecnologie. Nasce così una sorta di nuova resistenza, "disobbediente", le cui qualità affondano le radici nell'ambito dell'informatica, dell'arte e della politica. Activism. Hacktivism. Artivism.

(Foto in alto: firma di Luca Lo Coco)

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