Un' intervista a Pao a pochi giorni dalla sua personale Mondotondo

Piccola anteprima delle opere di Pao esposte a Mondotondo

Il 20 maggio presso la Galleria Prospettive d'Arte (via Carlo Torre, 29) si inaugura Mondotondo, la prima personale di Pao, uno dei più noti street-artisti milanesi. La mostra, accompagnata da un catalogo che contiene scritti di Dario Fo e di Mendini, rappresenta l'occasione per tornare a parlare di street-art e del rapporto di questa con spazi espositivi chiusi come le gallerie. Oltre del consueto codazzo polemico che a Milano, non è mai mancato intorno a questo fenomeno.

Proprio un'opera dedicata da Pao al Vicesindaco De Corato, accanito detrattore della street-art e grande accusatore al "processo Bros" (che inizierà mercoledì 19 dopo un primo rinvio); negli ultimi giorni ha nuovamente alimentato le chiacchiere e le polemiche in proposito. L'opera, intitolata "De Corato decorato", sarà in mostra a Mondotondo e ritrae il vicesindaco in veste di Arlecchino con due fasce nere sopra gli occhi, uno dei tratti distintivi dei puppet di Bros.
Era stato lo stesso De Corato infatti, a definire le opere di Bros delle "arlecchinate". Uno sberleffo, quello di Pao, in solidarietà del "collega" sotto processo.

A pochi giorni dall'inaugurazione di Mondotondo ho rivolto alcune domande a Pao che è stato molto disponibile ed esauriente nelle sue risposte. Le trovate dopo il salto, insieme a una gallery di alcune delle opere che vedremo esposte dal 20 maggio.

Artsblog: Ti sei posto il problema di adattare il tuo linguaggio al nuovo contesto espositivo, non più street ma galleristico, oppure la cosa ,come dire, è venuta da sé?

Pao: Il passaggio da strada a galleria è avvenuto nel tempo. Il primo atto è stato in occasione della mostra "Street Art Sweet Art" al Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano, nel 2007. In quella occasione si era svolta la prima grande mostra di Street Art in Italia, per la prima volta mi confrontavo con il mondo dell'arte istituzionale e con l'ambiente chiuso del museo. Già in quella occasione mi ero accorto della necessità di modificare il mio linguaggio, il nuovo contesto pretendeva regole molto differenti dalla strada. Riproporre semplicemente i lavori stradali in un contesto galleristico sarebbe stata un'operazione manieristica, che avrebbe svuotato di significato l'intero lavoro. Ho passato un periodo intenso di rielaborazione di temi e tecniche per poter affrontare il nuovo "campo da gioco". Tra pittura in strada e pittura in studio cambiano tempi e modalità, ed in parte anche le motivazioni, ma la verità è che una non esclude l'altra, anzi si arricchiscono a vicenda. Con questa mostra ho avuto la possibilità di esplorare nuovi percorsi, avendo maggior tempo di riflessione rispetto agli interventi stradali, ma ho voluto mantenere la "freschezza" delle opere street in un ambiente spesso ingessato come quello delle gallerie. Tutto il lavoro recente si basa su una ricerca di un equilibrio tra "dentro" e "fuori", tra introverso ed estroverso, tra pensiero ed azione.

A: Nel comunicato stampa leggo che il progetto nasce da una sinergia tra te, il curatore e la galleria; mi puoi chiarire meglio questo punto magari con qualche esempio concreto di questa collaborazione?

P: Il progetto nasce da un lavoro collettivo molto intenso, durato quasi un anno, dove tutti ci siamo trovati emotivamente coinvolti ed ognuno ha dato di più di quanto era richiesto. Partivamo da tre realtà piuttosto lontane, io come artista underground, fondatore di uno studio di arte e grafica, il curatore Federico Sardella, formatosi sopratutto sull'arte concettuale e sull' Optical art, Paolo e Riccardo Dabbrescia, titolari di una galleria abituata a trattare sopratutto i grandi maestri del novecento. Trattandosi di una mostra non convenzionale, abbiamo unito le forze cercando di realizzare il meglio possibile, mettendo a disposizione onuno le proprie risorse. In particolar modo il catalogo rappresenta bene come l'unione dei reciproci sforzi abbia portato ad un risultato che va ben oltre le aspettative iniziali. La proposta di realizzare una pubblicazione importante con la casa editrice Skira è nata da Federico Sardella, Riccardo e Paolo Dabbrescia hanno accolto l'idea con entusiasmo, pur consapevoli delle difficoltà, Laura Pasquazzo, mia compagna di vita e di avventure, ha curato con Federico il catalogo dall'inizio alla fine, realizzando l'impaginazione e tutta l'impostazione grafica. Il risultato finale è qualcosa di cui siamo molto fieri e speriamo vivamente venga ben accolto e rimanga nel tempo.

A: Com'è accaduto che Dario Fo ha firmato la prefazione dal catalogo e Mendini una lettera all'artista?

P: Nel '99 venni chiamato ad assolvere i miei obblighi di Leva, ma avendo fatto obiezione di coscienza venni assegnato a compiti di ufficio presso l'archivio di Franca Rame e Dario Fo. Continuai a lavorare con loro anche successivamente e dal lavoro d'ufficio passai ad aiutarli sul palcoscenico, in qualità di fonico e di macchinista. Lavorare con loro è stata la miglior scuola d'arte che potessi frequentare. Quando si è trattato di pensare a chi avrebbe scritto la prefazione il mio pensiero è andato subito a Dario Fo, e sono molto onorato che abbia accettato. Alessandro Mendini è invece una conoscenza più recente, mi contattò lui qualche mese fa in qualità di curatore del Triennale Design Museum, per esporre un mio paracarro dipinto. Consapevole quindi che conoscesse i miei lavori e apprezzando molto il suo, ho colto l'occasione per chiedergli un contributo per il catalogo.

A: Rispetto a qualche anno fa, quando anche grazie a Sgarbi si parlava molto di street-art, come valuti lo stato attuale del fenomeno qui a Milano, innegabilmente alcuni protagonisti di tre-quattro anni fa sembrano spariti dai nostri muri e il fenomeno non gode più dell'esposizione avuta in quel periodo. Un tuo giudizio su questi ultimi anni, il presente e le prospettive?

P: E' evidente che la situazione è mutata, in quel periodo la Street art a Milano ha goduto di un esposizione mediatica enorme, dovuta al riconoscimento del fenomeno a livello mondiale e alla presenza di una figura fuori dagli schemi come Sgarbi in giunta Comunale. La mostra al Pac ha rappresentato un crocevia, aprendo le porte dei salotti buoni, ma dopo quella "abbuffata" la situazione sta trovando un equilibrio. Alcuni "Street artisti" hanno colto l'occasione per diventare pittori tradizionali, altri hanno esaurito la spinta creativa. in pochi stanno portando avanti un discorso artistico valido.
Al momento a dipingere in strada in modo continuativo e artisticamente valido sono pochissimi, mi viene in mente Blu (di Bologna) Sten e Lex (di Roma), a Milano c'è molto poco di nuovo sopra i muri.
Io stesso non mi reputo più un artista che fa Street Art, quanto più un esponente di quell'arte che coglie la sua linfa vitale dall'underground e va dai graffiti ai fumetti, dal surrealismo pop californiano al superflat di Murakami.

A: Pensi che questa situazione sia anche figlia del clima politico intorno alla street-art?

P: A Milano c'è una forte repressione verso tutti quei fenomeni di libertà, che da sempre sono stati la culla della creatività meneghina, dai Centri sociali, ai circoli culturali, ai luoghi di libera aggregazione. E' storia attuale il processo a Bros, in cui il vice Sindaco De Corato ha mostrato un accanimento quasi personale nei suoi confronti, definendo arlecchinate i lavori stradali di Bros, dopo che suoi dipinti sono stati esposti al PAC e a Palazzo Reale. A tale situazione ho dedicato un mio personale omaggio, con un dipinto, dal titolo "De Corato decorato", in cui il protagonista dell'opera viene decorato metaforicamente da Bros come arlecchino, con gli occhi offuscati da due bande nere.
Io personalmente sono contrario a tutti gli imbrattamenti, e devo dire anche alle tags, che deturpano palazzi storici e monumenti, ma penso bisogna distinguere tra imbrattamento ed opere della creatività valide.
I graffiti e la Street Art sono una risorsa per la città, non un problema. Bisogna concedere spazi, invece che semplicemente reprimere; aprire un dialogo, invece che cercare lo scontro.
Come esempio cito il cavalcavia in Bovisa, nei pressi della nuova Triennale, che con una autogestione collettiva è diventato un opera d'arte pubblica invece che una bruttura architettonica.
Il futuro della Street Art? seguirà un percorso analogo a quello dei graffiti, dagli anni '70 a oggi; con qualche artista che riuscirà ad emergere e a raggiungere l'olimpo delle star (vedi Banksy) e un movimento underground che continuerà ad alimentare la nostra cultura visuale.

Piccola anteprima delle opere di Pao esposte a Mondotondo
Piccola anteprima delle opere di Pao esposte a Mondotondo
Piccola anteprima delle opere di Pao esposte a Mondotondo
Piccola anteprima delle opere di Pao esposte a Mondotondo
Piccola anteprima delle opere di Pao esposte a Mondotondo
Piccola anteprima delle opere di Pao esposte a Mondotondo

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