Un lungo weekend romano da FoodPower, al MAXXI a LPM 2010 [PART 2: Foto reportage dal MAXXI e riflessioni sul museo del 21° secolo]

maxxi inaugurazioneAl MAXXI ci arrivo trafelata giovedì 27 intorno alle 20: una visita inaspettata prima dell'inaugurazione, giusto in tempo per il rinfresco riservato artisti e organizzatori, momento perfetto per godersi lo spazio del museo senza la ressa dell'apertura. Sotto in galleria le foto che ho scattato: come noterete l'azzurro freddo dell'imbrunire si sposa meravigliosalemte con il bianco compatto del MaXXI.

Una premessa unica sulla struttura del museo, che a suo tempo avevo visitato durante i lavori. Il risultato finale, nonostante i tagli subiti dal progetto, è una sorta di hub: entrando la mia sensazione era quella di trovarmi dentro il gate di un aeroporto, aspettando di sbucare in qualche altra parte del mondo. In effetti il MAXXI non ha ha una vera e propria entrata/uscita: ci si viene risucchiati dentro ed espulsi, in questo senso veramente organico. Gli spazi sono ampi, è bello circolarvi dentro. Molto difficile invece posizionare oggetti ed esporre opere: rischiano sempre di risultare corpi estranei e di essere sovrastati dalla struttura stessa. Il che non è necessariamente un problema.

È questo il punto di collegamento con la riflessione critica al "museo del 21° secolo" che vi propongo. Sono due le opere che più mi hanno colpito, non tanto per il loro significato nè per l'eccezionalità della portata estetica (che non metto in discussione), ma per la loro interazione con lo spazio: l'atlante dell'architettura realizzato da Studio Azzurro, una proiezione di circa 45 metri, e un braccio meccanico che in autonomia, scivolando su una parete, applica dei piccoli fori sulla superfice fino a completare il suo lento e costante lavoro. Qual'è dunque la caratteristica comune a queste due opere? Nella loro semplicità dialogano con lo spazio del museo diventandone parte.

[Foto in alto, Zaha Hadid al centro, con una maxi casacca gialla]

MAXXI inaugurazione - 27/05/2010



Veniamo al cuore del problema. Prima di scrivere questo articolo, ho riflettuto e mi sono confrontata con diverse persone sulla questione. Originariamente volevo chiamarlo "MAXXI 0", intendendo con questo puntare il dito su come l'arte rappresentata dentro il MAXXI appartenga sostanzialmente al '900 e non al 21° secolo, nonostante i caratteri cubitali e le intenzioni. Ma le cose sono più complesse. Anche se la scelta curatoriale ha pressocché ignorato il panorama dell'arte interattiva, generativa e della new media art (salvo riservare pochi metri a "Net in Space", un angolo del museo dedicato alla net art in cui ho piacevolmente ritrovato Les Liens Invisibles), il MAXXI contiene a tutti gli effetti pezzi e collezioni di quanto oggi viene riconosciuto come "arte contemporanea".

Ho così approfondito quella mia sensazione iniziale, comprendendo almeno due cose. La prima è che c'è stata per me un'aspettativa delusa: quella di non trovare rappresentata l'arte di cui scrivo, mi occupo e mi preoccupo di più. La seconda è che mi stavo ponendo la domanda sbagliata, che è la seguente: il museo è il luogo per per l'arte contemporanea, quella che affonda le sue radici nella performance per arrivare alle sue conseguenze più estreme in tutti quelle tipologie di arte che si dissolvono nel processo e nell'interazione? Opere odiate dai collezionisti perché invendibili, clonabili, Opere che spesso hanno definitivamente abbandonato il concetto di autorialità. Che difficilmente possono essere rappresentate e perfino conservate, perchè in esse il passaggio dall'estetica della rappresentazione all'estetica della relazione è pieno.

Il museo dal canto suo è il regno della rappresentazione per eccellenza: un luogo la cui logica di esistenza si fonda sulla compulsione ad accumulare oggetti, classificarli, esporli a vantaggio certamente della storia e della nostra memoria collettiva, ma anche e soprattutto del mercato (e dei mercanti) dell'arte. Probabilmente, guardando l'evoluzione dell'opera d'arte, un "museo del 21° secolo" è in sè un ossimoro, un puzzle difficilmente componibile quando le opere diventano sempre più qualcosa che si indossa, si proietta, vive nella città, dentro e attraverso i corpi, gli oggetti, le architetture, infiltrandosi nelle maglie della vita quotidiana.

Conclusioni

Se le scelte museali del MAXXI risultano tutto sommato conservative e sarebbe auspicabile per una città come Roma venire in contatto con le sperimentazioni più radicali, estreme ed emergenti dell'arte (dall'infoestetica alla bioarte, arte generativa e più ampiamente arte interattiva e per quanto possibile performativa), il questito di fondo rimane aperto e irrisolto.

C'è ad esempio chi mi chesto: saresti stata più contenta se avessi visto un "modellino" di Sensible Cities esposto nel museo?

Di getto penso di sì, anche solo per la suggestione, per suggerire una possibilità esistente. Tuttavia un progetto come quello immaginato da Carlo Ratti, città le cui superfici diventano intelligenti e reattive all'ambiente, è compiuto quando è immerso nella città stessa diventandone parte.

Un mio piccolo desiderio sarebbe infine vedere utilizzato lo spazio esterno del museo, che ha tutte le caratteristiche di spazio pubblico: una piccola piazza perfetta per essere animata da eventi, incontri, musica, proiezioni e perché no poterci bere e mangiare. Il tutto, naturalmente, a prezzi accessibili: da 2 a 5 euro di ingresso + 10 per bouffet.

Che ne dite, si può fare?

A domani con la terza e ultima parte del reportage dedicata a LPM 2010.
















MAXXI inaugurazione - 27/05/2010 [2]
















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