Fellini da vignettista satirico a regista. Il carnevale dell'umanità nei suoi disegni

Federico. Così Fellini firmava le sue prime vignette umoristiche sul Marc’Aurelio, periodico satirico con cui collaborò appena arrivato a Roma nel '39 all'età di diciannove anni. Rimini apparteneva già alla dimensione da "Amarcord" mentre Roma, divenne la città dove la fantasia si trasformava in realtà.

Federico Fellini a Roma sui set di Germi, Rossellini, Lattuada o a fianco del commediografo Pinelli imparò ad essere un grande regista, carriera culminata con cinque Oscar alla regia e uno alla carriera nel '93. Il disegno fu però determinante per la sua visione artistica, che non ha abbandonato nemmeno sul set: matite, acquarelli e pennarelli servivano per immortalare luoghi e personaggi che svestendoli di ogni serietà e osservandoli con precisione psicologica, tornavano ancora ad essere potenza dell'immaginazione, Non esageriamo pensando che Fellini si servisse del disegno per svelare i segreti delle sue intenzioni, o ancor di più l'anima della sua cinematografia.

Vignette satiriche e personaggi al limite della realtà, un pò cinici un pò cattivi: donne pettorute che avrebbero spaventato la mole di quelle di Botero, inferni satirici dove la fantasia diluiva la serietà, colori veloci che riempivano disegni simili a bozzetti, danno già l'idea di un universo ritratto dietro le quinte, dove la velocità concitata degli atti scenici permettono di intrappolare quel pò che basta per memorizzarlo per sempre. Come nei disegni, nei film ogni personaggio di Fellini non passa inosservato, ma contribuisce ad arricchire la sfilata carnevalesca dell'umanità. L'umorista malinconico fa sempre capolino capace di mescolare anche in chi osserva un sentimento di amarezza ad uno di compassione verso esistenze a volte vuote, a volte superflue, spaccato della società del tempo.

L'italiano non è portato ad avere una visione umoristica delle cose, cioè a saper guardare con un punto di vista diverso dal proprio.

Vita non facile per un umorista capace di smascherare usi e costumi di un'Italia fascista. Molte riviste, infatti, vennero censurate dal regime come il Bertoldo dove Fellini lavorò insieme a grandi vignettisti come Manzoni, Guareschi, Steinberg e Mondaini.

L'attenzione per l'immagine nei film di Fellini è evidente: provate a guardare Giulietta degli Spiriti. I colori determinano la bellezza estetica della pellicola, facendolo risultare un' opulenta visione per gli occhi; le immagini che appaiono come ricordi sono una giostra costantemente sospesa tra fantastico e reale. Chi ricorda invece Boccaccio '70 capirà quanto Fellini riconoscesse il potere dell'immagine: il protagonista, il dottor Antonio, per eccesso di moralismo, arriva a distruggere i cartelloni pubblicitari, anche quello di una sexy e giunonica donna che pubblicizzava il latte e che alla fine diventerà l'ossessione dei suoi sogni.

A vent'anni dalla morte, Fellini è un classico della cinematografia e dell'arte che ha saputo descrivere sottilmente la psicologia e le contraddizioni di una società, strappandoci sempre un sorriso.

Foto| Fondazione Federico Fellini

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