Il Falso non ha senso (?)

il falso non ha senso

Non so se ne avate sentito già parlare, ma mi è sembrato doveroso prendere una posizione su una mostra del tutto peculiare che si sta svolgendo in questi giorni a Roma, a Palazzo Ruspoli.

Si tratta di "Il Falso non ha senso". Ecco invece il sottotitolo, che leggete a caratteri cubitali nella locandina: "Una mostra contro la contraffazione in tutti i sensi". Ente promotore, il Ministero dello Sviluppo economico insieme a Unioncamere; ente attuatore, la Direzione Generale per la Lotta alla Contraffazione - Ufficio Italiano Brevetti e Marchi - il cui obiettivo è operare "in ambito nazionale ed internazionale per valorizzare e tutelare la Proprietà Industriale e per sostenere la lotta alla contraffazione, supportando l‘innovazione e la competitività delle imprese". A partire da questa roboante cornice, la mostra dedidera sensibilizzare il pubblico al tema della contraffazione evidenziandone le conseguenze sul sistema produttivo. Protagoniste le grandi marche italiane di diversi settori merceologici (fashion, luxury, motori, design, prodotti per l’infanzia, il mondo del beautycare e make-up, l'agroalimentare), in buona compagnia con Agenzia delle Dogane, Guardia di Finanza, Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, tutte presenti all'evento.

Nel titolo vedete un punto interrogativo messo fra parentesi: naturalmente l'ho aggiunto io. Senza entrare nel merito della (più o meno) legittima difesa del prodotto italiano, nè su una valutazione critica dell'impatto della merce contraffatta sul prodotto originale, mi soffermo piuttosto sulle conseguenze e sull'impostazione che la mostra suggerisce con questo titolo. Conseguenze prima di tutto filosofiche sull'attribuzione di senso al reale e sul concetto di falso/vero. "Il falso non ha senso" presuppone che una autorità "x" depositaria del vero (e dell'originale) sia persino detentrice del significato (il senso) o della possibilità di attribuire significato ad un fenomeno. L'impostazione e le conseguenze sono non solo inaccettabili e profondamente autoritarie, ma anche grottesche, specie per chi parte da una visione costruttivista secondo cui la verità, la realtà (e il senso) sono fenomeni costruiti socialmente. Ora e sempre lunga vita a "F for fake" e a tutti maestri del falso come Orson Welles.

Purtroppo non posso aggiurnarvi di più sul programma della mostra (sul sito non ne sono riportati i dettagli). Ma vi lascio con un'ultima riflessione: uno sguardo rapido allle etichette delle nostre italianissime griffe, ci mostra spesso la dicitura "made in Italy" accompagnada da "produced in China, Tayland, Indonesia...". Questa semplice dicitura apre le porte sugli scenari reali e sulla produzione del mercato globale.

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