Asger Jorn: breve storia del vichingo passato da Albisola

asger jorn profile

Asger Jorn è un nome che a pochi di voi dirà qualcosa: non sapete cosa vi state perdendo. Nato a Vejrum, in Danimarca il 3 marzo 1914 e morto il 1° maggio 1973, Jorn fu un esponente di primo piano dell'Internazionale Situazionista, Enrico Baj ricorda così il suo arrivo a Milano nel 1954:

"Il vichingo arrivò a Milano il 28 marzo 1954 a mezzogiorno... con armi e bagagli, con zaino, tenda da campo ed un violino. Il violino lo dimenticò in treno, per cui, accortosene, si dovette tornare all'Ufficio Oggetti Smarriti, ove fortunatamente fu ritrovato, il che lo dispose favorevolmente verso di me e l'Italia"

Ora un passo indietro: i primi anni di vita per Jorn non furono semplici. È il più vecchio di sei figli, i genitori sono due insegnanti, il padre è un fondamentalista cattolico: mentre la madre pur seguendo la stessa fede è meno intransigente. Jorn rimane orfano di padre nel 1926, quando questi muore in un incidente stradale.

(Nella foto, da sinistra: Guy Debord, Michéle Bernstein e Asger Jorn a Parigi nel 1961)

Le costrizioni frutto di un'educazione repressiva lo stimoleranno a una ribellione che sarà costante, febbrile, senza tregua, e lo condurranno a un'irrequietezza che lo accompagnerà fino alla morte. Nel 1936 parte per la Francia:

Il primo momento chiave è il viaggio a Parigi, dove si sposta per seguire i corsi dell'Accademia di Fernand Léger. Lì, Jorn si avvicina inizialmente al lavoro dei surrealisti, e studia la pittura astratta di Wassily Kandinsky oltre che di Max Ernst, Joan Miró, e Paul Klee

torna in Danimarca nel 1938. E trova il suo Paese occupato dai nazisti. Ricordate quando all'inizio dicevamo che Jorn avrebbe sopportato male l'autorità per tutta la vita? Immaginatevi quindi come dovesse sopportare i nazisti. Entra nella resistenza comunista e si prodiga in happening e contestazioni contro gli occupanti.

Lavora per riviste di controcultura dell'epoca, come Helhesten e Land og Folk - quest'ultimo sarà organo del partito comunista danese fino al 1991. Dopo la guerra - e subito dopo aver dato le mosse al movimento Co.Br.A. - l'attenzione di Jorn si sposta sugli aspetti più critici e teorici dell'arte. E c'è l'incontro chiave della sua vita, quello con Guy Debord, simbolo del movimento situazionista e autore del molto citato - ma troppo poco letto... - La Società dello Spettacolo.

Jorn e Debord si incontrarono nel 1954. Nella prefazione di Contre le Cinéma, del 1963, Jorn scrisse di Debord

Non ho mai incontrato nessuno che come Debord fosse così capace di concentrare la propria attenzione, e in maniera tanto maniacale, nel compito di correggere le regole del gioco per gli esseri umani, secondo le nuove condizioni in cui ci troviamo nel nostro tempo

In seguito i rapporti tra i due si raffreddarono. Jorn già nel 1961 uscì dall'Internazionale Situazionista, per motivi mai del tutto chiariti. C'è chi sostiene si trattò per dissidi con Debord - collegati ad alcuni rapporti psicogeografici inviati da Parigi risultati sgraditi a The Bore - altri sostengono che fu perché Jorn sentiva esaurita la sua funzione all'interno dell'IS.

Perché Jorn è importante? Lo spiegò Francesco de Bartolomeis in un saggio del 1962 che ho trovato su Wikiartpedia

Educazione estetica? Ma l'arte è antieducativa, mi rispondeva Jorn. La critica aiuta la comprensione? Ma la critica riduce l'arte a qualcosa che con l'arte non ha niente a che fare. Il valore sociale dell'arte? Ma l'arte è antisociale. Arte progressista, in appoggio ad una politica progressista? Ma l'arte ha nella politica, in ogni politica, la sua nemica peggiore. L'arte realizza un adattamento? Ma l'arte è in maniera radicale inadattamento.

Questo si delineò subito come uno dei punti saldi della polemica di Jorn. Proprio la cultura, anche quella con pretese progressiste, è una minaccia per l'arte. Sollecitata com'è da una problematica fittizia, ha perduto i suoi contatti con il reale e scambia per realtà la rete di ragionamenti o di dimostrazioni in cui è avvolta. Per Jorn l'arte (ma lo stesso si può dire della cultura di sposta ad uscire dal gioco intellettualistico) è inadattamento, è frattura, è un volgere il sì nel no, la verità convenzionale ed ufficiale in una falsità di protesta: è, insomma, un atto di provocazione.


Ecco: direi che già a leggere queste parole e pensare ai movimenti e molte delle avanguardie arrivate dopo, qualche punto d'incontro lo si trova.

Volete vedervi delle sue opera? Se ne trovano alcune su C4 Contemporary.

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