Dalì e l'ebraismo: la serie Aliyah

dalì ebraismoDi Salvador Dalì si dice da sempre tutto e il contrario di tutto, ma questa ancora non l'avevo sentita: leggo su The Jewish Daily la storia della serie di opere intitolate Aliyah, realizzate dall'artista più importante del surrealismo tra il 1967 e il 1968. Si tratta di opere minori, litografie, ma molto interessanti.

Furono commissionate a Dalì dalla Shorewood Publishers per il 20° anniversario della nascita di Israele, e dovevano rappresentare una colorata ed evocativa epica sionista: dopo un'esposizione all'Huntington Hartford Museum furono vendute, e oggi se le tengono strette anonimi privati.

La Shorewood però realizzò anche 250 stampe della serie Aliyah. Recentemente David Blumenthal ne ha curato un'esposizione, dividendole in quattro aree tematiche

"Esilio e speranza", "Yishuv" ovvero l'insediamento ebraico in terra d'Israele, "Shoah", e "Indipendenza". Nella prima categoria è inserita un'immagine di Rachele spaventosa, scura, quasi astratta (...) Nell'ultima serie invece c'è una figura che allunga lee braccia verso un fondale cn una spirale a strisce blu e viola. Il primo verso dell'Hatikvah, l'inno nazionale israeliano, riempie lo spazio al di sopra del suo capo

Il punto A e il punto B dell'epica sionista che gli era stata commissionata. Ma forse qualcosa di più, una dichiarazione d'amore per Israele? Nel pezzo di Jillian Steinhauer si avanza anche questa ipotesi...

Blumenthal si interrogò sul legame che univa Dalì all'ebraismo. Forse aveva degli antenati ebrei? O lo era sua moglie Gala? Forse sentiva una forma di empatia con il popolo ebraico? O, all'opposto, cercava solo di costruirsi un mercato in Israele? Difficile trovare una risposta, anche perché le contraddizioni in Dalì sono la norma, non l'eccezione.

Per quanto fosse affascinato da Hitler e Francisco Franco - con grande e giusto sdegno dei surrealisti suoi coevi - Dalì mostrava attenzione per Israele, e infatti la serie Aliyah non fu l'unica da lui prodotta sul tema.

Per Blumenthal non esiste però un problema di coerenza nell'opera e nella biografia di Dalì:

"Io non credo che Dalì fosse razzista, antisemita, comunista, socialista, fascista o altro" spiega. "Era un artista. Sapeva assorbire tutto quello che lo circondava e ributtarlo fuori completamente trasformato". (Per chi fosse ancora dubbioso, meglio rimandare a Goerge Orwell, che recensendo nel 1944 l'autobiografia di Dalì scrisse "Si dovrebbe cercare di tenere sempre in mente che Dalì è un ottimo disegnatore, ma un essere umano disgustoso")


Se siete curiosi di vedervi la serie delle 25 litografie, la trovate su Lockport Street Gallery.

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