L'arte cannibale in mostra a Berlino

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Si chiama Alles Kannibalen? la mostra visibile fino al 21 agosto nella berlinese Me Collectors Room della fondazione Olbricht. Dipinti, fotografie, sculture, video, installazioni legate dal tema dell'antropofagia, strictu sensu e in tutte le sue implicazioni simboliche. Terrore e tabù primordiale, secondo Freud, connaturato alle civiltà umane, il cannibalismo è presente perfino all'origine del nostro pensiero religioso, tra l'iconografia del diavolo divoratore di uomini e il rito simbolico dell'ostia col quale mangiamo il corpo di Cristo. E' chiaro che un simile fenomeno non poteva che lasciare tracce profonde nell'immaginario di artisti, scrittori e ricercatori.

Ma il curatore, Jeanette Zwingenberger, ha pensato bene di spingere la selezione anche nei territori simbolici delle nuove forme di "cannibalismo": clonazione, chirurgia estetica, manipolazione genetica. Come nelle opere del giapponese Aida Makoto che nella serie di disegni Mimi-chan rappresenta una bambola clonata modello Barbie usata per comporre strani piatti di sushi. Ma senza dimenticare che il cannibalismo è soprattutto un archetipo e si muove sul crinale di un connubio tra istinto e natura e una forma di divieto morale e civile tra i più radicalmente profondi. Ragion per cui persino le fotografie innocenti e poetiche di Cindy Sherman e Bettina Rheims sull'allattamento materno come assimilazione dell'altro nel rapporto madre-figlio possono alimentare la domanda che dà il titolo alla mostra e che riprende un'affermazione dell'antropologo Claude Lévi-Strauss: "Siamo tutti cannibali?".

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