La fine del film


In fondo sono le piccole e semplici intuizioni che generano i contenuti più interessanti del web. Il tipo che ha aperto il sito The Final Image ha avuto una di queste trovate: raccogliere in un blog-archivio l'ultimo fotogramma dei film. Ne viene fuori una galleria che regala allo spettatore vaghe reminiscenze, lampanti riconoscimenti ma anche parecchie sorprese. Così questa semplice intuizione si rivela un'idea geniale, che qualche artista capace avrebbe potuto sviluppare e sfruttare. Perché quando si entra nel mondo del linguaggio si è già dentro l'arte e se proviamo a guardare in questa prospettiva The Final Image ci accorgiamo che in fondo proviene dalla lezione di Duchamp e poi di Warhol e dell'arte situazionista. E' vero, la decontestualizzazione di oggetti e segni è ormai acquisita a pieno titolo dall'arte contemporanea, è anzi uno dei suoi principi guida, ma è sorprendente scoprire come sia possibile impiegarla in forme sempre nuove.

In questo caso, che cosa diventa un film quando è riassunto nell'ultimo frame? Il cinema, che per statuto si fonda sulla presenza-assenza di ciò che appare sullo schermo, scompare ulteriormente, si eclissa, ma parla di sé in modo ancora più evocativo. Quello che si vede prima dell'ultimo cut è un attimo sospeso ma anche definitivo, che una volta "congelato" e riprodotto come se fosse una fotografia, comunica un senso di alterità inaspettato. Ci si sorprende ad esempio, considerata l'importanza che il nostro senso estetico dà agli incipit e ai finali delle opere narrative, di quanto alcuni di questi fotogrammi appaiano incongrui e inusuali, nel momento in cui sono sottratti al flusso temporale del film che gli conferisce senso. E di come alcuni final frame famosissimi - come quello riprodotto qui sopra, da Sentieri Selvaggi (1956) di John Ford - siano dei veri e propri quadri, più belli di qualsiasi manifesto o locandina, ma anche di molta sedicente arte.

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