Marc Fumaroli: "Se questa è arte..."


Jeff Koons, Damien Hirst? Nient'altro che impostori. Gente che ha trasformato l'arte in un mercato narcotizzato, in cui, grazie all'intermediazione degli agenti finanziari, l'opera non è più riconosciuta per il suo valore estetico ma solo per quello monetario:

«La cosiddetta arte contemporanea esprime soltanto l'orgoglio smisurato di una ristretta élite che, per esibire la propria ricchezza, usa, oltre alle ville e agli yacht, opere dalle quotazioni astronomiche. I miliardari che acquistano queste opere non sono legati ad alcuna tradizione locale e non si preoccupano di sapere se le opere sopravviveranno nel tempo. Pensano solo al presente e al prestigio immediato, alla messinscena della loro fortuna e del loro successo. E' un fenomeno senza precedenti, che non è assolutamente paragonabile alla grande stagione dei mecenati italiani del XVI secolo» [da un'intervista sul Venerdì di Repubblica].

Lo storico francese Marc Fumaroli, professore onorario del College de France e membro dell'Académie Française, non va molto per il sottile e il suo giudizio tranchant sull'arte contemporanea è destinato a far discutere. Ora il saggio in cui Fumaroli recita il suo j'accuse, Parigi-New York e ritorno, è stato pubblicato anche in Italia, da Adelphi. Non un semplice libello con intento polemico, ma un lungo ed erudito viaggio di circa 800 pagine nel mondo dell'arte, sorretto da un stile sferzante e coinvolgente. A partire dai suoi spostamenti tra vecchio e nuovo mondo, tra la culla della cultura e il potere imprenditoriale, Fumaroli ha tracciato una mappa della contemporaneità, basata sulla consapevolezza di essere tutti «presi e inghiottiti nell’esposizione universale, a getto illimitato e continuo, delle ultime attrazioni visive dell’arte delle arti contemporanee, il marketing».

Del panorama contemporaneo Fumaroli salva alcuni grandi pittori che, proprio in virtù del loro lavoro giudicato anacronistico, hanno faticato non poco ad emergere. Artisti come Anselm Kiefer e Lucian Freud. Per Fumaroli uno dei tratti essenziali del lavoro artistico è proprio l'aspetto manuale del processo creativo, il rapporto diretto e fisico della produzione, oggi sostituita dalla produzione tecnologica, seriale, industriale, che finisce per accomunare l'opera al feticcio, alla merce, al prodotto pubblicitario. Difficile liquidarla come una polemica sterile, nostalgica o passatista: c'è nel discorso di Fumaroli il nocciolo di una questione difficile da dirimire, che chi si occupa d'arte dovrebbe sentirsi in dovere di affrontare.

E' pur vero che l'arte moderna è nata proprio con l'affermazione della borghesia e delle banche (come testimonia anche l'interessantissima mostra Denaro e bellezza in corso a Firenze in questi giorni), e che già allora il lavoro degli artisti si avviava a diventare un oggetto per ricchi collezionisti, con la funzione di favorire il prestigio di entrambi. Ma cosa accade quando l'arte agisce direttamente come una funzione o una variabile della finanza? Forse oggi viviamo un'epoca di smaterializzazione - e di conseguenza anche di perdita di un sistema etico di riferimento - tanto dell'economia quanto dell'arte. E allora è il caso di interrogarsi sul senso dell'opera d'arte, sul suo specifico creativo, sociale e di fruizione. E' il caso, insomma, di tornare ai fondamentali e uscire dalla riproposizione infinita, pur tra mille variazioni, della lezione di Duchamp e Warhol.

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