Being Holland Cotter, il critico d'arte del NYT

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Uno dei motivi davvero validi per essere Holland Cotter, nella vita - o quantomeno per fare il critico d'arte del New York Times - è che ti può accadere di fare una recensione di una mostra al MET.

E fin qui, ci siamo. Niente di estremo, a parte il fatto che abiti in una delle città più cool del mondo e ti pagano per entrare gratis in qualsiasi museo o mostra ti piaccia o non ti piaccia.

Il punto è che non basta. Puoi dotare i tuoi articoli mandati in stampa di un corrispettivo web, pubblicato in font eleganti e riposanti su uno dei siti di informazione meglio disegnati del mondo, in cui tutto quello che non era entrato nel pezzone su carta, non solo puoi mettercelo, ma puoi anche mettercelo in grassetto.

Riflessioni sui riflessi d'acqua di Jan van de Cappelle che avresti risparmiato al tuo numero di battute, in edicola, diventano possibilità espressive che non ti potresti permettere neanche con tua moglie all'uscita dal museo.

Ma non basta ancora. Il NYT, in collaborazione col MET, se vai a una mostra del MET, ti dota di una mappa interattiva della galleria che hai visitato, con dei numeretti cliccabili che corrispondono ai dipinti in mostra. E cliccandoci, ecco che la tua voce parte, con volume adjustable, e puoi dire ai tuoi lettori esattamente quanto ti piace Rembrandt.

Piccole cose come questa. Ma che rendono una giornata o una carriera decisamente molto, ma molto appaganti.

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