In morte di Pier Paolo Pasolini!

Ostia 2 novembre 1975, un corpo giace senza vita sulla spiaggia.

Quel corpo era Pier Paolo, era un intellettuale scomodo, uno di quelli "senza troppi peli sulla lingua" che ha denunciato un'Italia nascosta e macchinatrice, un paese provinciale e ricco di cultura allo stesso tempo, un territorio al centro di strumentalizzazioni politiche, di speculazioni edilizie e finanziarie.

Era un regista che ha raccontato i quartieri più popolari della capitale, che ha attraversato Roma per scoprirne quei luoghi che pochi volevano vedere e nei quali in molti vivevano un'esistenza di violenza e emarginazione. Isolati da quella stessa necessaria incitazione al nascondimento che poi gli si è appiccicata addosso come un marchio di infamia, insieme ai tanti altri che un certo modo "benpensante" imperante non esitava ad attribuirgli.

E' il Pasolini dell'urlo rotto e coraggioso dell'Io so:

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.

Ma anche il Pier Paolo che incarna Giotto nel Decameron, pittore ispirato dal suo mondo onirico che non può fare a meno di chiedersi:


Perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto.

Via | Fixfiregun

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