Savinio e l'anima musealizzata

Nel 1944 l'idea di street art non esisteva e neppure il lavoro performativo dell'arte sul corpo che tanta importanza ha avuto nell'arte del secondo Novecento. Eppure la penna visionaria di Alberto Savinio, anticipando gli scenari dell'arte a noi più vicina, scriveva:

Per qualche minuto i tre visitatori stettero muti a contemplare Psiche accosciata sul pavimento, a udire tratto tratto il gorgoglio del liquido risucchiato, cui ogni volta rispondeva uno scatto delle spalle bulinate dal rachitismo.

L'ignuda fanciulla era magra della magrezza delle vergini. Strani segni istoriavano la sua pelle, simili agli ibi, alle barchette, ai cerchi astati che illustrano le pareti alte e strette degli obelischi. Nivasio Dolcemare pregò sottovoce Perdita di passargli il binocolo [...] e quando ebbe puntato lo strumento sul corpo ignudo della fanciulla e regolato il contrasto delle lenti, si accorse che gli apparenti geroglifici erano in verità nomi, date, frasi tracciate sia con la matita, sia incise con la punta del temperino sulla pelle di Psiche dai turisti in visita al museo, e che per il rilassarsi della pelle sulle ossa avevano preso forma di ibi, barchette e cerchi astati. Nivasio Dolcemare riuscì a leggere alcune di quelle iscrizioni: "Giuseppe e Anita Garibaldi, maggio 1948", "Abbasso la Massoneria", "Fesso chi legge".

(Alberto Savinio, "La nostra anima", Milano, Adelphi, 1981, pagg. 27 e segg.)

  • shares
  • Mail