Il Treno dell'Arte sui binari della noia

Non mi ha affatto entusiasmato "Il Treno dell'Arte" 2007, presentato alla stampa stamattina al binario 1 della Stazione Termini.

Tralasciando i problemi di organizzazione e il ritardo di un'ora per l'inizio della conferenza stampa, che si è tenuta peraltro all'impiedi in un vagone afoso e senza amplificazione per gli oratori, la manifestazione mi è sembrata niente di più di una 'cartolina' in movimento, una pillola d'arte che non ha suscitato in me alcun tipo di febbre.

Sgradevole Vittorio Sgarbi, curatore del vagone dedicato al Cinqucento e al Seicento, che ha tenuto la scena da protagonista vantandosi della sua ennesima furbata. La sintesi estrema del suo intervento è questa: il suo lavoro è più figo di quello degli altri perchè l'assessore milanese ha scelto di proporre dei capolavori assoluti di Caravaggio, Tiziano, Reni, Carracci e Veronese.

Non ovviamente in originale, ma in ripoduzione su dei video. La motivazione? Lui non espone 'croste' e certo non poteva portare opere celebrate in un semplice treno. Treno del quale ha detto pubblicamente di non capire le finalità.

Abbondano gli anonimi nella sezione dedicata alla pittura del Settecento, a cura di Ferdinando Arisi: l'unica opera degna di nota è un autoritratto di Todeschini. Più interessante l'Ottocento, firmato da Duccio Trombadori, con quadretti e disegni di autori accreditati, con punte di interesse tra i Macchiaioli, il Neoclassicismo e la pittura di genere.

Noiosissimi senza possibilità di appello i due vagoni sul Novecento curati da Luca Beatrice, che ben esprimono un atteggiamento sull'arte che tende a privilegiare la sua forma 'retinica', 'feticistica', asfisiante, che coltiva quadretti come orticelli.

Stesso tragico senso di obitorio anche nel vagone delle nuove generazioni e della street art, a cura di Chiara Canali, che si è vantata di aver 'musealizzato' la street art. Resa innocua, ornamento da salotto, la street art si trasforma in una sequenza di colorati quadretti, con buon pace dei collezionisti di feticci e delle controculture che si scoprono niente più che retrovie reazionarie.

Immagine | Marco Lodola, "Ballerina", 2007
Via | trenodellarte.it

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