Danilo Buccella e le sue inquietanti donne-bambine

Tra le molte perplessità (e il fastidio urticante di vedere una tela di Lucio Fontana intitolata "Concerto" anzichè "Concetto spaziale") che Il treno dell'arte, partito da Roma il 1°ottobre, mi ha riservato (e a quanto pare non solo a me), una nota positiva sento di doverla registrare.

E' stata l'opera di Danilo Buccella, quella donna-bambina dall'aspetto sinistro che mi ha guardato dall'alto con fare interrogativo e conturbante, e forse anche quel titolo, "L'abitudine consuma", che qualche riflessione l'ha pure suscitata.

Buccella ha poco più di trent'anni e per venti ha vissuto in Svizzera, in un'area geografica, quella nordeuropea, che con il suo sole pallido, le sue architetture gotiche e i suoi scenari decadenti, ha evidentemente influenzato la sua arte. Atmosfere nordiche, dunque, inquietanti, un po' film noir un po' opera di Munch, esterni notturni o interni dall'arredo austero rischiarati da una luce fredda e, a dominare la scena, queste figurine smunte ed emaciate dall'età indefinita, teste grandi, corpi piccoli ma dagli arti allungati.

Scrutano lo spettatore e sembrano avere negli occhi una domanda, un segreto da nascondere o un orrore da svelare. Sono le presenze fantasmatiche e minacciose di un'epoca piena di inquietudini o le abitanti di un oltremondo venute a turbarci e a sedurci come demoni, con il loro sguardo di passione e di morte.

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